<?xml version="1.0"?>
			<rss version="2.0">
		    <channel>
			<title><![CDATA[Feed Direttore]]></title>
			<link>/cmlink/feed-direttore-1.312449?localLinksEnabled=false</link>
			<description>
										
						</description>
			<lastBuildDate>Mon, 2 Jan 2012 21:59:24 +0100</lastBuildDate>

												<language></language>
							   
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[Il costo sociale]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/il-costo-sociale-1.367935?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[Gli aumenti dei prezzi di benzina e diesel, dei pedaggi autostradali, delle tariffe elettriche e del gas segnano l&rsquo;amaro esordio del 2012. Dopo le successive manovre dei governi Berlusconi e Monti rappresentano per molti aspetti il nostro stato di necessit&agrave;. Tuttavia prezzi e tariffe non sono dati di natura. E non tutti gli aumenti sono eventi ineluttabili.<br />
<br />
Pur dentro il mercato un governo ha facolt&agrave; di attivare controlli, verifiche, e dove possibile modulare, calmierare.<br />
Ieri su l&rsquo;Unit&agrave; Ruggero Paladini ha spiegato come le tariffe elettriche e del gas siano sottoposte all&rsquo;autorit&agrave; dell&rsquo;energia, che le convalida sulla base dei costi di produzione, mentre invece l&rsquo;aumento del 3,5% dei pedaggi autostradali sia avvenuto senza la verifica di un&rsquo;autorit&agrave; indipendente. Non tutto &egrave; uguale, dunque. E si pu&ograve; dubitare dell&rsquo;opportunit&agrave; di un aumento (maggiore del tasso di inflazione) per le autostrade in concomitanza con l&rsquo;incremento delle accise sui carburanti (per un valore di sei miliardi di euro). Ancor pi&ugrave; si pu&ograve; oggi contestare quanto sbagliata sia stata la scelta del governo di sottrarre le autostrade all&rsquo;autorit&agrave; dei trasporti.<br />
Il governo deve agire per contenere i prezzi. Invece sta facendo meno del dovuto. Ammesso che l&rsquo;aumento delle accise fosse inevitabile in questa misura, perch&eacute; non avviare subito quelle misure di liberalizzazione sulla filiera distributiva dei carburanti che possono ridurre la benzina di 10 centesimi? I petrolieri sono forse pi&ugrave; potenti dei farmacisti, ma guai se il governo avesse paura. Peraltro gli aumenti di questi giorni sono destinati a incidere su tutti i prezzi al consumo, danneggiando innanzitutto le famiglie e i ceti pi&ugrave; deboli. Avranno effetti depressivi: perci&ograve; occorre frenare la spirale (e investire con coraggio in nuove politiche per il lavoro). Altrimenti equit&agrave; e crescita diventeranno solo vane invocazioni. <br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.367935</guid>
	     	<pubDate>Mon, 2 Jan 2012 21:59:24 +0100</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[La battaglia continua]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/la-battaglia-continua-1.362347?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[Il Parlamento sta limando le punte pi&ugrave; inique della manovra. L&rsquo;adeguamento delle pensioni all&rsquo;inflazione sembra confermato fino ad importi tre volte superiori al minimo. La detrazione Imu per la prima casa dovrebbe aumentare in base al carico familiare. Anche lo scalone potrebbe abbassarsi, sia pure di poco.<br />
<br />
&Egrave; questa una decisione che riguarda i lavoratori ai quali d&rsquo;improvviso la data della pensione &egrave; stata spostata di cinque-sei anni. Sono correzioni benvenute. Anzi, l&rsquo;auspicio &egrave; che nel passaggio parlamentare vengano inseriti altri interventi di equit&agrave; sociale.<br />
Resta tuttavia immutata la struttura di una manovra a cui mancano, nell&rsquo;insieme, quelle caratteristiche di progressivit&agrave;, necessarie per dare un segno tangibile di giustizia sociale. Mario Monti doveva trovare tanti soldi in poco tempo: e alla fine il costo maggiore &egrave; finito sulle spalle dei ceti medi, delle famiglie, dei lavoratori dipendenti, insomma delle categorie da sempre bastonate dalla crisi e dalle politiche restrittive.<br />
<br />
Non mancano, &egrave; vero, interventi positivi: speriamo che la facolt&agrave; concessa all&rsquo;Agenzia delle entrate di conoscere i conti correnti bancari venga intesa come il primo passo per una seria lotta all&rsquo;evasione fiscale (finora praticamente assente); speriamo che le aliquote crescenti per le seconde e terze case, unite alle tasse sui beni di lusso, aprano la strada a una vera e propria patrimoniale sulle grandi fortune; speriamo che l&rsquo;aumento dei bolli sulle operazioni finanziarie rappresenti l&rsquo;inversione di tendenza verso una fiscalit&agrave; finalmente generosa per chi crea lavoro e finalmente severa per chi destina gli utili alla speculazione (anzich&eacute; alle attivit&agrave; produttive).<br />
Ma anche guardando la manovra dal punto di vista della crescita, il giudizio complessivo non pu&ograve; essere positivo.<br />
<br />
Gi&agrave; si pronosticava una recessione, ora le previsioni peggioreranno per il 2012. Nessuno mette in discussione lo stato di necessit&agrave; in cui il governo ha operato: senza interventi l&rsquo;Italia sarebbe precipitata nel fallimento. Ma l&rsquo;obbligo di una manovra cos&igrave; severa non esonera dal dovere di constatare una perdurante iniquit&agrave; sociale, e al tempo stesso dal giudizio critico verso le politiche europee (come scrive Silvano Andriani sull&rsquo;Unit&agrave; di oggi) che rischiano di vanificare molti dei nostri sacrifici.<br />
<br />
Sbaglia chi d&agrave; al governo Monti un&rsquo;etichetta di destra. &Egrave; una stupidaggine, che peraltro tende a fare il gioco di Berlusconi, cancellando la memoria degli immensi disastri del suo governo. Il governo politico dei &ldquo;tecnici&rdquo; &egrave; un esecutivo che somiglia, nelle condizioni date, a una grande coalizione. Ma certo non &egrave; un governo di centrosinistra, e questa non &egrave; una manovra di centrosinistra. Lo dimostrano anche le esitazioni sulle liberalizzazioni, conseguenza di una rimonta delle lobby e della pressione del centrodestra. Il Pd deve continuare a battersi per migliorare fin dove possibile le misure.<br />
<br />
Se non altro, questa fase drammatica sta restituendo al Paese il significato di destra e sinistra, rimettendo al centro la questione sociale, l&rsquo;aspirazione all&rsquo;uguaglianza, le opportunit&agrave;, i ricchi e i poveri.<br />
&Egrave; vero che c&rsquo;&egrave; anche un&rsquo;onda crescente di antipolitica, alimentata dagli stessi che esaltano le soluzioni tecniche e oligarchiche come le sole capaci di guidare un Paese cos&igrave; in crisi. La politica ha tante colpe e le sue classi dirigenti hanno certamente consumato un credito nella societ&agrave;. Debbono avere tanta umilt&agrave;, debbono dare prova di tanto rigore, innanzitutto verso loro stessi, per riconquistare il terreno perduto. Ma non &egrave; un caso che l&rsquo;attacco al Parlamento si intensifichi proprio mentre questo sta cercando di cambiare in meglio la manovra e di alleviare almeno un po&rsquo; le sofferenze dei pi&ugrave; disagiati.<br />
<br />
Di certo, senza politica i pi&ugrave; deboli sono destinati a soccombere.<br />
Per questo &egrave; una grande risorsa, impagabile, l&rsquo;iniziativa unitaria dei sindacati. A loro tocca un compito di rappresentanza decisivo. Il rischio &egrave; che si allarghi la frattura sociale: cos&igrave; non ci sarebbe ricostruzione, n&eacute; salvezza del Paese. La battaglia, dei sindacati e del centrosinistra, deve continuare anche oltre la manovra. La lotta all&rsquo;evasione va rafforzata anche attraverso accordi internazionali. Le liberalizzazioni vanno realizzate vincendo le resistenze corporative. Il lavoro va premiato (e la detassazione deve riguardare anche i lavoratori, non solo le imprese). Ancora: le frequenze televisive vanno messe all&rsquo;asta perch&eacute; &egrave; ora di finirla con i regali alla Rai e soprattutto a Berlusconi. La manovra pu&ograve; essere riequilibrata nel segno della giustizia sociale anche dopo il voto delle Camere. Ma non avverr&agrave; gratis. E comunque bisogna cominciare a comporre quel governo di ricostruzione nazionale e di respiro europeo, a cui solo le elezioni democratiche possono dare la forza per vincere le pressioni delle lobby e delle oligarchie.<br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.362347</guid>
	     	<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 22:37:00 +0100</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[Si puó ancora correggere]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/si-puo-ancora-correggere-1.359521?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[La manovra &egrave; pesantissima. Nessuno si illudeva che la serie delle riunioni preparatorie potesse alleggerirla. &Egrave; il pegno degli italiani per attraversare la bufera finanziaria con la speranza di un esito positivo. Il premier Mario Monti ha presentato ieri sera con dignit&agrave; la lunga lista di sacrifici che il suo governo chiede al Paese. Ma l&rsquo;equit&agrave; proclamata non si incarna nell&rsquo;insieme delle misure, nonostante qualche opportuno aggiustamento dell&rsquo;ultimo momento, come la sovrattassa agli &ldquo;scudati&rdquo; e il meccanismo di rivalutazione esteso fino alle pensioni di mille euro. <br />
<br />
Non era facile trovare 24 miliardi nelle condizioni date. Tuttavia, il carico maggiore &egrave; ancora sulle spalle delle famiglie, dei ceti pi&ugrave; deboli, delle classi medie. Della manovra d&rsquo;emergenza l&rsquo;Italia ha bisogno: per salvare se stessa, per salvare l&rsquo;euro, per contribuire da oggi a correggere le politiche sbagliate dell&rsquo;Unione europea. Ma questa manovra non pu&ograve; essere considerata come un vangelo. Il Parlamento dovr&agrave; correggerla, cambiarla, pur garantendo i saldi che da oggi costituiscono l&rsquo;impegno del Paese nei confronti dell&rsquo;Europa. Sarebbe sbagliato se il governo opponesse un rifiuto nel corso dell&rsquo;iter del decreto alle Camere: la responsabilit&agrave; dei partiti non pu&ograve; essere tenuta oltre il confine dell&rsquo;emendabilit&agrave;.<br />
&Egrave; un problema di sostanza, non solo di forma. La rivalutazione delle pensioni basse - quel principio per il quale la stessa ministra Fornero non &egrave; riuscita in conferenza stampa a trattenere le lacrime - va esteso oltre la soglia dei mille euro fino alle pensioni medie: in caso contrario si colpirebbe la povert&agrave; e si tirerebbe ulteriormente il freno dei consumi. Se il governo &egrave; riuscito finalmente a rompere gli argini sugli &ldquo;scudati&rdquo; - cio&egrave; sui detentori di capitali all&rsquo;estero che hanno usufruito in passato del condono di Tremonti - che senso ha limitare la sovrattassa all&rsquo;1,5%? Perch&eacute; non chiedere come contributo di solidariet&agrave; quello stesso importo, il 5%, che allora costitu&igrave; il premio scandoloso all&rsquo;evasione? Probabilmente Monti &egrave; frenato dal timore che Bruxelles giudichi come un sotterfugio ogni misura una tantum: erano la specialit&agrave; del governo Berlusconi e sono state la ragione del nostro discredito. Ma l&rsquo;una tantum sugli &ldquo;scudati&rdquo; potrebbe sopperire oggi ad alcune carenze, in attesa che le riforme strutturali dispieghino i loro effetti. Potrebbe ad esempio integrare i redditi dei meno abbienti oppure finanziarie altri incentivi al lavoro, e dunque alla crescita.<br />
<br />
Perch&eacute; nelle misure, assolutamente necessarie, per alleggerire il peso fiscale del lavoro, il governo ha pensato solo alla defiscalizzazione dell&rsquo;Irap e non anche a un corrispettivo sgravio in favore dei lavoratori dipendenti? Il taglio dell&rsquo;Irap &egrave; una misura favorevole alla competitivit&agrave; delle imprese, ma pu&ograve; anche finire per rafforzare gli utili e spostare risorse dall&rsquo;impresa alla ricchezza privata. In questo senso &egrave; buono il proposito di tassare maggiormente i proventi delle operazioni finanziarie e detassare gli investimenti in azienda. Ma la crescita ha bisogno anche di risorse redistribuite nelle classi medie e nelle famiglie: invece questa manovra &egrave; particolarmente pesante proprio con le Regioni e i Comuni, cio&egrave; con gli erogatori dei servizi sociali. <br />
Il testo della manovra dovr&agrave; essere ancora ben valutato nei dettagli. Comunque, &egrave; evidente il bisogno di riequilibrio. La conservazione dell&rsquo;aliquota Irpef al 43% - quella pi&ugrave; alta - non appare giustificata. E, del resto, i grandi patrimoni restano troppo al riparo dal contributo di solidariet&agrave;, e certo non basta la tassa sul lusso per colmare questo deficit. La lotta all&rsquo;evasione fiscale va condotta davvero senza quartiere: la tracciabilit&agrave; delle transazione fissata alla soglia di mille euro &egrave; doppia rispetto a quella che chiedevano le stesse organizzazioni imprenditoriali. Sarebbe troppo se fosse un tributo pagato al partito di Berlusconi. Bisogna peraltro cominciare ad adottare il sistema delle comunicazioni all&rsquo;Agenzia delle entrate sia degli elenchi dei fornitori-clienti, sia dei saldi dei conti correnti. Non si possono chiedere cos&igrave; grandi sacrifici a chi paga da sempre tutte le tasse e consentire ancora larghi margini di imbroglio.<br />
Il patto di responsabilit&agrave; nazionale che impegna i partiti a sostegno di Monti &egrave; legato ai tempi e ai saldi della manovra. Il Parlamento per&ograve; resta sovrano nelle scelte di merito e nel giudizio sull&rsquo;equit&agrave; sociale. Mentre la Lega delira e il Pdl marca un opportunistico distacco, il centrosinistra deve battersi per migliorare il decreto. Non indebolir&agrave; Monti. Anzi lo rafforzer&agrave; nella sua missione di servizio al Paese e, speriamo, dell&rsquo;Europa. Pu&ograve; darsi che si lamenter&agrave; chi credeva nel &ldquo;governo tecnico&rdquo; come fine e traguardo della politica: ma queste strane teorie &egrave; bene che siano presto abbandonate.<br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.359521</guid>
	     	<pubDate>Mon, 5 Dec 2011 13:53:00 +0100</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[Più equità più crescita]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/piu-equita-piu-crescita-1.359083?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[Il prezzo della manovra &egrave; alto. I pi&ugrave; deboli, le famiglie, i ceti medi rischiano di pagare un conto molto salato. E la societ&agrave; nel suo insieme di essere sospinta sulla via della recessione. Anche sul piano politico c&rsquo;&egrave; il rischio che, dopo la fallimentare stagione berlusconiana, l&rsquo;ondata di sfiducia non risparmi nessuno. Certo, nessuno pu&ograve; tirarsi indietro perch&eacute; non resisterebbe l&rsquo;euro, e forse neppure l&rsquo;Italia. Ma ci auguriamo di cuore che in queste ultime ore il presidente del Consiglio riesca a correggere le misure nel senso dell&rsquo;equit&agrave; e dello stimolo alla crescita.<br />
<br />
Nessuno pu&ograve; tirarsi indietro. Lo sappiamo. Il centrosinistra - unito fin qui pi&ugrave; del centrodestra e pi&ugrave; di quanto non supponevano i denigratori della &laquo;foto di Vasto&raquo; - ha deciso di sostenere il governo Monti nel suo programma di emergenza perch&eacute; &egrave; in gioco la nostra stabilit&agrave; economica, e persino istituzionale. Berlusconi ha ceduto il passo tardi e male, scaricando sul Paese un discredito umiliante. All&rsquo;Italia tocca subito fare il primo difficile passo verso il risanamento, affinch&eacute; mercoled&igrave; il Consiglio europeo ne possa compiere un altro in direzione di un rafforzamento delle politiche fiscali comuni, delle garanzie del debito, dei poteri operativi della Banca centrale. Fino a poche settimane fa anche l&rsquo;Unit&agrave; &egrave; stata criticata per aver contestato le strategie europee che miravano a curare gli affanni dei Paesi indebitati con le solite ricette restrittive, trascurando che il problema principale stavolta sta nel deficit di Europa, nelle inerzie della Bce, negli squilibri interni e nella carenza di domanda nell&rsquo;Unione (assai pi&ugrave; che nel debito pubblico complessivo). Ora tutti convengono che se la Ue non rifonda la propria governance politica, economica e monetaria non potr&agrave; resistere alle pressioni dei mercati.<br />
<br />
Ma essere consapevoli dei necessari sacrifici, non vuol dire oggi smarrire la visione critica sulle scelte sociali del governo Monti. Cos&igrave; come auspicare un potenziamento delle istituzioni comunitarie, non vuol dire rinunciare a cogliere le contraddizioni a Bruxelles e Berlino e a tentare di modificare la rotta. La forza di convincimento della nostra manovra sui mercati dipender&agrave; molto dalla sua entit&agrave;. Ma la forza politica del governo dipender&agrave; innanzitutto da tre fattori: l&rsquo;equit&agrave; delle misure, la ricerca costante del patto sociale, la spinta alla crescita. E tra questi fattori la priorit&agrave;, non solo cronologica, &egrave; l&rsquo;equit&agrave;. Se l&rsquo;insieme dei provvedimenti risulteranno iniqui, si ridurr&agrave; drasticamente il credito di cui questo governo gode.<br />
Una manovra cos&igrave; pesante non lascer&agrave; nessuno indenne. Ma sarebbe drammatico se le pensioni pi&ugrave; basse fossero private della loro piccola rivalutazione. Oppure se quota 40 (anni di contributi) venisse considerata insufficiente anche per i lavori usuranti. Sarebbe profondamente ingiusto se l&rsquo;importo dei tagli alla previdenza fosse superiore a quello delle imposte sui grandi patrimoni. Sarebbe sbagliato un ulteriore rincaro dell&rsquo;Iva senza almeno una riduzione delle tasse sul lavoro (sia per l&rsquo;impresa che per i dipendenti). Ed &egrave; infine assolutamente indispensabile per la credibilit&agrave; del governo che le misure anti-evasione fiscale siano severe e rapidamente operative: dalla tracciabilit&agrave; delle transazioni alla comunicazione all&rsquo;Agenzia delle entrate degli elenchi clienti-fornitori e dei saldi dei conti correnti.<br />
<br />
Se Berlusconi non vuole le tasse sui grandi patrimoni, n&eacute; efficaci misure anti-evasione, Monti non pu&ograve; accettare questi veti. &Egrave; stato difficile ieri trattenere un moto di ribellione, quando il segretario del Pdl Alfano ha detto che non devono pagare sempre i soliti. Da quale pulpito! Piuttosto, a fronte dell&rsquo;ipotizzato aumento di due punti delle ultime aliquote Irpef, va detto che, per sostenere i consumi, sarebbe preferibile che l&rsquo;aliquota del 41% venisse protetta pi&ugrave; di quella del 43%: in ogni caso, senza una seria lotta all&rsquo;evasione fiscale, qualunque aumento Irpef rischia di penalizzare solo i lavoratori dipendenti o pochi altri. La lotta all&rsquo;evasione &egrave; una questione etica fondamentale. Non meno di quella dell&rsquo;austerit&agrave; nei costi della politica.<br />
<br />
L&rsquo;equit&agrave; &egrave; a sua volta condizione per ripristinare quel patto sociale distrutto dal governo Berlusconi. E per aiutare la crescita, condizione necessaria della ricostruzione italiana. L&rsquo;equit&agrave; sar&agrave; la vera misura della discontinuit&agrave; dell&rsquo;esecutivo di Monti. Non gli mancheranno i voti in Parlamento. L&rsquo;impegno di responsabilit&agrave; nazionale &egrave; solo all&rsquo;inizio. Ma il governo si gioca moltissimo nell&rsquo;equilibrio che sapr&agrave; costruire. Speriamo che ascolti chi era escluso al tempo di Berlusconi. Pi&ugrave; si riduce il tasso di continuit&agrave; con il passato, pi&ugrave; Monti avr&agrave; respiro. Intanto &egrave; bene che il centrosinistra tenga in vita e rafforzi le proprie reti di presenza e di solidariet&agrave; sociale. Ieri la Cgil ha dedicato la sua manifestazione nazionale al lavoro, il Pd sta riunendo gli stati generali della cultura. Non prevalga l&rsquo;individualismo e lo scetticismo: la transizione &egrave; un momento di battaglia e un&rsquo;occasione di cambiamento. <br />
<br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.359083</guid>
	     	<pubDate>Sat, 3 Dec 2011 21:57:00 +0100</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[Il patto sociale]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/il-patto-sociale-1.358862?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[Non ci spaventano i sacrifici, se questa &egrave; la condizione per salvare il Paese e ricostruire un futuro per i giovani. Ma i sacrifici devono essere ripartiti equamente. Anzi, l&rsquo;apporto maggiore va richiesto a chi dispone di maggiori ricchezze e in questi anni &egrave; stato troppo spesso esonerato da ogni dovere di solidariet&agrave;. &Egrave; il promemoria per Mario Monti.  <br />
<br />
Il premier sa di avere tempi stretti per la manovra dell&rsquo;emergenza. Perch&eacute; l&rsquo;Europa si gioca il proprio destino nelle prossime ore e l&rsquo;Italia deve innanzitutto fornire quella prova di seriet&agrave; e rigore, mancata per troppi mesi. Tuttavia l&rsquo;equit&agrave; e la coesione sociale sono indispensabili alla riuscita dell&rsquo;impresa: l&rsquo;emergenza in questo caso ne rafforza la necessit&agrave; anzich&eacute; autorizzarne la deroga. Non esistono governi tecnici. Tutti i governi sono politici perch&eacute; si reggono sul voto del Parlamento e le loro scelte incidono sulla vita dei cittadini. Ma in questo caso c&rsquo;&egrave; un&rsquo;ulteriore corposa ragione: non &egrave; vero che bisogna passivamente applicare una ricetta imposta da altri. <br />
<br />
Certo, i margini del governo Monti sono obiettivamente ristretti. Ma la natura politica del suo mandato &egrave; esattamente quella di allargare questo spazio: cos&rsquo;altro vorrebbe dire restituire la dignit&agrave; perduta al nostro Paese se non consentirgli di riprendere la parola nel consesso europeo per contribuire a modificare le fallimentari politiche fin qui adottate? Nessuno si illude che l&rsquo;Italia possa riuscire da sola. Ma molti nell&rsquo;Unione oggi convengono sulla natura fallimentare delle ricette imposte alla Grecia - quelle che hanno portato a un clamoroso aumento del debito pubblico dopo 18 mesi di politiche fortemente restrittive - e anche in Germania si discute di come rafforzare la Bce e il Fondo salva-Stati, pur vincolando i Paesi maggiormente debitori all&rsquo;unione fiscale, cio&egrave; a pi&ugrave; cogenti controlli esterni sulla gestione di bilancio. L&rsquo;Italia non potr&agrave; sottrarsi ai &ldquo;compiti a casa&rdquo;. Non potr&agrave; chiedere sconti. Ma solo se costruiremo un nuovo patto sociale, fondato sull&rsquo;equit&agrave; dei sacrifici e su uno slancio a favore dei giovani, riusciremo ad affrontare la prova, e in questo modo a contribuire al salvataggio dell&rsquo;Euro. Ecco perch&eacute; Monti &egrave; a un bivio. Un bivio politico, non tecnico. Deve scegliere se imboccare la strada dell&rsquo;intesa con le parti sociali e della redistribuzione dei pesi della crisi oppure se seguire la strada di Marchionne, quella della rottura, del rifiuto della concertazione, magari in nome del vincolo esterno. <br />
<br />
Del resto, si pu&ograve; sempre scaricare sull&rsquo;Europa ogni colpa, ogni opportunismo dei governi nazionali. Berlusconi l&rsquo;ha fatto tante volte: anche nell&rsquo;ultima corrispondenza con la Bce ha veicolato scelte orientate dagli interessi prevalenti del proprio elettorato. &Egrave; vero che il patto sociale non garantisce di per s&eacute; giustizia e uguaglianza. Ma &egrave; lo strumento migliore che abbiamo per avvicinar le. Non solo. &Egrave; la sola, per quanto imperfetta, garanzia di tenuta a fronte di una manovra di dimensioni &laquo;impressionanti&raquo;. Dalle prime anticipazioni emergono misure molto dure sulla previdenza (alcune decisamente inique come il blocco della rivalutazione delle pensioni, anche le pi&ugrave; basse). Misure che potrebbero accompagnarsi alla tassazione sulla casa, forse a un aumento dell&rsquo;Iva e a ulteriori misure di contenimento della spesa sanitaria. L&rsquo;asticella posta sopra i 20 miliardi &egrave; difficile da superare. Ma sarebbe inaccettabile se i grandi patrimoni e le rendite, a questo punto, fossero toccati solo in misura ridotta. Oppure se le norme anti-evasione fiscale fossero rinviate. Invece &egrave; da qui che si deve partire, prima di chiedere sacrifici alle classi medie, alle fasce pi&ugrave; deboli, alle famiglie. Non si tratta di un atto simbolico, paragonabile alla doverosa e necessaria austerit&agrave; per i costi della politica. <br />
<br />
&Egrave; un tema di giustizia sociale. E, per di pi&ugrave;, &egrave; la condizione per rafforzare la manovra gravando il meno possibile sulle potenzialit&agrave; di crescita. Se si penalizzano il lavoro e il consumo delle famiglie, il risultato inevitabile sar&agrave; la depressione. Come &egrave; accaduto in Grecia. Se pagano di pi&ugrave; i grandi patrimoni immobiliari e le rendite, invece, le chance di crescita aumentano. Piuttosto il lavoro va sgravato dalle tasse. &Egrave; l&rsquo;altra direttrice per Monti: i sacrifici hanno senso se consentono all&rsquo;Italia di ripartire. Una manovra recessiva avrebbe l&rsquo;effetto di richiedere presto una nuova manovra. A Monti non mancheranno i voti in Parlamento. L&rsquo;incontro che ha fissato con le parti sociali prima del decreto &egrave; un segnale positivo. Il credito di cui il premier dispone va usato al meglio. Non per se stesso. Ma perch&eacute; l&rsquo;equit&agrave;, il patto sociale e la crescita sono le speranze rimaste all&rsquo;Italia.<br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.358862</guid>
	     	<pubDate>Sat, 3 Dec 2011 09:52:04 +0100</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[La battaglia Europeista]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/la-battaglia-europeista-1.356809?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[I primi passi del governo non sono stati veloci. La filosofia di Mario Monti - questo il premier ha spiegato ai suoi ministri - &egrave; raccontare dopo aver realizzato. Versione opposta della &laquo;politica del fare&raquo; berlusconiana. Certo, sulla nomina dei viceministri e dei sottosegretari sarebbe stato opportuno evitare la confusione e il ritardo.<br />
<br />
Oggi tuttavia &egrave; la lentezza, anzi l&rsquo;irrisolutezza, dell&rsquo;Europa la frontiera della crisi che minaccia la moneta unica e la stabilit&agrave; sociale nel Vecchio Continente. Berlusconi &egrave; stato un motivo di umiliazione per l&rsquo;Italia e un moltiplicatore del pericolo sui mercati, misurabile, ahinoi!, con una aliquota aggiuntiva sui tassi di interesse. Ma ora che Berlusconi si &egrave; dimesso, l&rsquo;Italia e l&rsquo;intera Europa sono di fronte alla dura realt&agrave;, senza pi&ugrave; alibi. O l&rsquo;Europa &egrave; capace di fare rapidamente un salto verso un rafforzamento delle proprie istituzioni, verso politiche economiche e fiscali comuni, verso progetti integrati di crescita, oppure non resister&agrave; alla pressione esterna. E nessuno si illuda di salvarsi da solo: senza Europa anche i Paesi pi&ugrave; forti saranno meno forti.<br />
Monti ha gi&agrave; acquisito il merito di aver posto anche le leadership tedesca e francese davanti alle loro responsabilit&agrave;. L&rsquo;Italia &egrave; tornata al ruolo che le compete nell&rsquo;Unione, che non vuol dire essere cooptata in un direttorio a tre, ma spingere con proposte realistiche verso soluzioni &laquo;comunitarie&raquo;. Ora per&ograve; le decisioni non possono pi&ugrave; attendere. Non si pu&ograve; rinviare alla riforma dei Trattati un mutamento di indirizzo della Bce, nel senso di un pi&ugrave; esplicito contrasto alla speculazione contro i titoli degli Stati membri. La Germania chiede una pi&ugrave; forte unione fiscale - che comporterebbe controlli pi&ugrave; penetranti nella gestione dei bilanci nazionali - ma questa ulteriore cessione di sovranit&agrave; deve passare attraverso istituzioni comunitarie, e non attraverso patti intergovernativi, come delineato nel pessimo piano franco-tedesco anticipato ieri da alcuni giornali. I contribuenti tedeschi hanno paura, ma senza le istituzioni dell&rsquo;Europa anche il Bund rischia, come si &egrave; visto in settimana.<br />
<br />
Le modalit&agrave; operative di queste scelte sono tutte cos&igrave; complesse, da costituire esse stesse problema. Pu&ograve; darsi che sia necessario un supporto del Fondo monetario all&rsquo;azione della Bce e del Fondo salva-Stati. In ogni caso, l&rsquo;Europa deve dare prova di esistere come Unione effettiva. E soprattutto deve essere capace di rilanciare lo sviluppo, anche con progetti pubblici. Perch&eacute; non sono i debiti degli Stati la ragione prima della crisi: &egrave; la crescita zero, &egrave; la mancanza di un banca centrale con i poteri della Federal reserve, &egrave; la debolezza della dimensione istituzionale unitaria dell&rsquo;Europa. Il fallimento delle politiche adottate dall&rsquo;Unione e dalla Bce in Grecia non pu&ograve; ripetersi: questa volta salterebbe in aria l&rsquo;euro (e non pochi nel mondo si preparano al crac). <br />
In questa partita l&rsquo;Italia deve giocare a Bruxelles con prudenza, ma anche con decisione. Monti ha evitato a Strasburgo contrapposizioni con la Merkel e ora sar&agrave; chiamato a fronteggiare i nuovi piani. Ovviamente l&rsquo;Italia dovr&agrave; anche fare i suoi &laquo;compiti a casa&raquo;. Che non sono facili, n&eacute; rinviabili. Il proposito di Monti di adottare la manovra aggiuntiva con il consenso sociale &egrave; la notizia in assoluto migliore e la pi&ugrave; significativa in termini di discontinuit&agrave;. Ma la prova decisiva sar&agrave; quella dell&rsquo;equit&agrave;: deve pagare di pi&ugrave; chi ha di pi&ugrave;, non si pu&ograve; caricare il peso sempre sulle classi medie e sulle famiglie pi&ugrave; deboli, in ogni caso i sacrifici vanno orientati a politiche di crescita. S&igrave;, verso la crescita e i giovani: i grandi assenti nel paradigma politico-sociale della destra in quest&rsquo;ultimo decennio.<br />
Per il centrosinistra la fiducia nel governo ha questi due perni: l&rsquo;Europa e l&rsquo;equit&agrave;. Non tutto &egrave; nelle nostre mani. Ma non esistono governi tecnici, n&eacute; governi di tregua. La battaglia politica non va in vacanza. La destra di Berlusconi accentuer&agrave; la polemica strisciante contro l&rsquo;Europa e tenter&agrave; di scaricare sulle opposizioni di ieri le nuove misure anti-crisi: questo metter&agrave; in tensione l&rsquo;equilibrio del governo e il suo rapporto di autonomia con i partiti. Per il centrosinistra l&rsquo;interesse nazionale e l&rsquo;integrazione comunitaria resteranno le direttrici politiche. Il governo Monti pu&ograve; avviare il lavoro di ricostruzione. Del resto, la prima partita europea si gioca in tempi cos&igrave; rapidi che il suo esito condizioner&agrave; il finale stesso della legislatura. Non solo il salvataggio dell&rsquo;euro, ma anche la riforma elettorale (di &laquo;tipo europeo&raquo;) diventer&agrave; poi condizione indispensabile perch&eacute; Monti arrivi fino al 2013. E sulla linea europeista il centrosinistra dovr&agrave; cominciare a lavorare alle alleanze pi&ugrave; importanti: quelle con i progressisti di Germania e Francia. Anche l&rsquo;alternativa al centrodestra o avr&agrave; caratteri comunitari, oppure rischia di non avere sostanza.<br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.356809</guid>
	     	<pubDate>Sat, 26 Nov 2011 21:57:20 +0100</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[La tregua e il futuro]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/la-tregua-e-il-futuro-1.354411?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[Siamo riusciti a voltare pagina. Mario Monti si &egrave; presentato in Parlamento con una sobriet&agrave; e un&rsquo;autorevolezza di cui avevamo perso le tracce nell&rsquo;era berlusconiana. &Egrave; grande il merito di tutti coloro che hanno contribuito in cos&igrave; poco tempo a realizzare un simile cambiamento.<br />
L&rsquo;Italia era in pericolo: anzi, costituiva essa stessa un pericolo per l&rsquo;Europa. Era prigioniera di una leadership da tempo esaurita e di un sistema ingessato, quello che abbiamo chiamato Seconda Repubblica. Ora l&rsquo;Italia ha un&rsquo;opportunit&agrave;. Anche se coglierla non sar&agrave; facile, perch&eacute; richieder&agrave; sacrifici e soprattutto equit&agrave; nella loro distribuzione.<br />
Il governo di Mario Monti si propone come tregua operosa nella competizione democratica. &Egrave; il risultato della sola convergenza possibile tra partiti alternativi: una Grande coalizione, nel contesto attuale, non sarebbe mai nata. Ma proprio per questo &egrave; bene riporre nell&rsquo;esecutivo le giuste aspettative, altrimenti si rischia di indebolirlo oppure di preparare nuovi conflitti.<br />
L&rsquo;Italia ha bisogno di interventi d&rsquo;emergenza. A partire da una manovra correttiva, che il governo Berlusconi ha colpevolmente lasciato in eredit&agrave; a tutti noi. L&rsquo;Italia deve anche piazzare in poche settimane un enorme stock di titoli di Stato e ci&ograve; impone un rapido raffreddamento dei tassi, pena un pesante carico aggiuntivo sui contribuenti. Il programma di Monti &egrave; affrontare questo passaggio con un patto che si allarghi alle forze sociali. La gamma degli interventi &egrave; gi&agrave; stata illustrata alle Camere e viene oggi approfondita nelle pagine di questo giornale. Solo misure redistributive - che comprendano la tassazione dei grandi patrimoni, un&rsquo;efficace lotta all&rsquo;evasione fiscale, un trasferimento dei pesi tributari dal lavoro alla rendita - possono rendere accettabili i costi sociali e al tempo stesso favorire la fiducia e la crescita. Non possiamo che augurarci che l&rsquo;equilibrio si trovi. Il governo Monti non pu&ograve; fallire: sarebbe a questo punto un disastro incalcolabile.<br />
Del resto, anche la tregua necessaria &egrave; un sacrificio. Oltre che un rischio da non sottovalutare. Non &egrave; vero infatti che il programma di Monti &egrave; gi&agrave; scritto (s&rsquo;intende, da autorit&agrave; superiori a cui bisogna obbedire) e che si tratta solo di metterlo in pratica. Non &egrave; vero che il riscatto dei partiti, oggi colpiti da discredito, passa dal riconoscimento del &ldquo;pensiero unico&rdquo;, anzi della &ldquo;politica unica&rdquo; comandata dall&rsquo;Europa che conta e dalle grandi istituzioni finanziarie. Non &egrave; vero che quanti si ribellano alle conseguenze sociali pi&ugrave; dure delle politiche restrittive sono condannati alla marginalit&agrave; e all&rsquo;irrilevanza: &egrave; vero invece che, lasciata troppo a lungo senza rappresentanza politica, la ribellione pu&ograve; minare la stessa democrazia.<br />
Il governo di Mario Monti contiene una grande speranza: ma ha come condizione un compromesso elevato e una rapidit&agrave; esecutiva. Soprattutto deve rimanere cosciente della propria funzione di servizio. A dire il vero, &egrave; confortante che il nuovo premier si sia mostrato consapevole di ci&ograve;, esibendo un rispetto per la politica e le istituzioni che sembrava anch&rsquo;esso dimenticato. Non vorremmo per&ograve; che altri coltivassero il solito disegno oligarchico di neutralizzare la democrazia politica, denigrandone l&rsquo;autonomia. Magari utilizzando ancora il mostruoso meccanismo maggioritario del Porcellum per rendere sterile ogni alternativa. La Prima Repubblica &egrave; morta come la Seconda: con un governo tecnico a cui &egrave; stato assegnato il compito di traghettatore. Molte cose di cui si discute oggi non sono dissimili da quelle di cui si discuteva vent&rsquo;anni fa. E forse ora siamo pi&ugrave; vicini alla soglia del baratro.<br />
Tutto ci&ograve; &egrave; un motivo in pi&ugrave; per sostenere Monti con energia. E per arrivare a fine legislatura con una riforma del sistema politico, che riporti finalmente l&rsquo;Italia in Europa (dove il leader del partito pi&ugrave; votato fa il premier anche se il nome non &egrave; stampato sulla scheda e dove il maggioritario di coalizione non &egrave; neppure pensabile). Ma per fare questo occorre che al governo sia lasciata l&rsquo;autonomia necessaria. E al tempo stesso che i partiti-competitori si impegnino fin d&rsquo;ora a costruire e rappresentare i loro programmi alternativi. Guai a danneggiare Monti. Ma bisogna anche evitare che la politica venga ridotta a semplice amministrazione eterodiretta. Innanzitutto perch&eacute; non sarebbe una rappresentazione vera: l&rsquo;Europa ha bisogno di un&rsquo;Italia attiva per cambiare la rotta, per fare della Bce una vera banca di ultima istanza, per potenziare le politiche espansive (e comunque in tutti i Paesi dell&rsquo;Unione i progressisti si battono per le loro idee contro i conservatori, pur in presenza della crisi economica globale). In secondo luogo perch&eacute; la societ&agrave;, i corpi intermedi, i mondi vitali hanno bisogno di una politica competitiva, collegata a valori e interessi, capace di costruire il futuro fuori dal cono d&rsquo;ombra delle lobby pi&ugrave; potenti. <br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.354411</guid>
	     	<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 21:59:01 +0100</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[Il governo del presidente]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/il-governo-del-presidente-1.353347?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[Il governo Monti nasce rafforzando la speranza che il Paese possa finalmente voltare pagina. La sua squadra &egrave; di alto profilo. E la discontinuit&agrave; con l&rsquo;esecutivo precedente &egrave; netta: negli uomini, nei messaggi, nello stile. Non mancano i rischi d&rsquo;impresa. E neppure i dubbi sulla capacit&agrave; di corrispondere davvero ad aspettative cos&igrave; elevate. Ma il buon inizio e il sentimento prevalente che ha suscitato costituiscono una partenza incoraggiante.<br />
Se siamo arrivati a questo punto dopo aver rimosso l&rsquo;ostacolo pi&ugrave; ingombrante al percorso italiano della ricostruzione, cio&egrave; Silvio Berlusconi, il merito principale va riconosciuto al presidente della Repubblica. Non &egrave; mai agevole parlare dei meriti del Capo dello Stato, perch&eacute; ogni analisi rischia di essere confusa con l&rsquo;ossequio alla pi&ugrave; alta delle istituzioni. Stavolta tuttavia Giorgio Napolitano ha condotto con forza ed equilibrio la crisi verso una soluzione che non era affatto scontata e che, obiettivamente, colloca il Paese in una posizione migliore per affrontare i propri problemi e per essere guardato con maggiore rispetto all&rsquo;estero. Non era scontata l&rsquo;apertura della crisi, nonostante Berlusconi non fosse pi&ugrave; in grado di governare da diversi mesi. Non era scontato che l&rsquo;Italia si salvasse dal precipizio dopo il pasticcio delle dimissioni differite: la nomina di Monti a senatore a vita come anticipo dell&rsquo;incarico di governo &egrave; stato un atto creativo e ha fatto argine al cannibalismo della speculazione sui nostri titoli di Stato. Non era scontato neppure che Monti riuscisse ad arrivare in porto, visti l&rsquo;ostilit&agrave; iniziale e lo smarrimento del Pdl, la voglia di rottura della Lega, i vari malumori presenti tra gli alleati del Pd: invece il Capo dello Stato ha usato fino in fondo la sua forza di persuasione.<br />
Era deciso, convinto che non ci fosse soluzione migliore per il Paese, dal momento che nelle prossime settimane un consistente stock del debito pubblico attende il collocamento sui mercati. E la sua determinazione ha prevalso sui dubbiosi. Avrebbe potuto imboccare la strada delle elezioni anticipate, che certo non sono un dramma in democrazia. Se per&ograve; si fosse caduti nelle elezioni dopo aver tentato di evitarle, sarebbe stato molto peggio. Anche Napolitano dunque ha corso un grave rischio. E pure lui era ieri giustamente soddisfatto. Ha accompagnato Monti passo dopo passo nella formazione del governo. Tanto che qualcuno a destra ha polemicamente denunciato una torsione &ldquo;presidenzialista&rdquo;. Verrebbe da dire: da quale pulpito! Ma in fondo &egrave; una polemica antica.<br />
Il sistema parlamentare assegna al Capo dello Stato un potere neutro, di garanzia, finch&eacute; resiste il rapporto fiduciario tra governo e Parlamento. Quando questo salta o il governo &egrave; paralizzato, il presidente della Repubblica diventa il motore di riserva del sistema. E deve agire. In fedelt&agrave; alla Costituzione. Assumendo inevitabilmente una funzione di indirizzo politico, comunque sempre sottoposta alla verifica parlamentare del nuovo governo.<br />
Abbiamo bisogno di rinnovare il sistema politico. Non c&rsquo;&egrave; solo lo spread. Non c&rsquo;&egrave; soltanto l&rsquo;attacco all&rsquo;euro e la necessit&agrave; di tenere insieme risanamento ed equit&agrave;, coesione sociale e crescita di competitivit&agrave;. Tutti attendono il governo Monti alla prova delle scelte di politica economica e sociale. &Egrave; giusto: &egrave; l&rsquo;emergenza. Ma guai a dimenticare che tra i fattori della nostra crisi c&rsquo;&egrave; il fallimento della Seconda Repubblica.<br />
Monti ha fatto bene, nelle ultime ore, a rinunciare alla presenza di Gianni Letta nel suo governo. Voleva Letta per rafforzare, insieme a Giuliano Amato, il profilo politico dell&rsquo;esecutivo e per coinvolgere maggiormente Pdl e Pd. Ma sarebbe stato un errore (al di l&agrave; del valore delle persone) perch&eacute; avrebbe importato conflittualit&agrave; e tensioni, con effetti altamente corrosivi. Con il passo indietro e la conferma del governo &ldquo;tecnico&rdquo;, Monti ha dato un&rsquo;altra prova di prudenza e di saggezza.<br />
Ora il nuovo premier dovr&agrave; misurarsi con l&rsquo;emergenza economica. Il modello tedesco, nel senso della ricerca di un solido patto sociale, contiene un impegno di equit&agrave;. E molto importante sar&agrave; anche il credito che il governo Monti riuscir&agrave; a recuperare in Europa: per salvare l&rsquo;Italia infatti non basta curare il debito pubblico; &egrave; necessario che la Germania, la Bce e l&rsquo;intera Unione correggano le proprie strategie.<br />
Monti vuole durare fino a fine legislatura. E sa che la sua luna di miele potrebbe essere accorciata dal rigore della manovra economica. Il fattore decisivo di durata potrebbe diventare proprio la capacit&agrave; del Parlamento di affrontare la riforma del sistema politico, dalla legge elettorale ad alcune necessarie modifiche costituzionali. Se il finale di legislatura ci consentir&agrave; di costruire finalmente un bipolarismo europeo, allora s&igrave; che il sacrificio della politica sar&agrave; ben ripagato. Altrimenti, senza riforme, il tempo farebbe crescere il rischio tecnocratico. Noi speriamo invece che il governo Monti aiuti la politica democratica a rigenerarsi e a ristabilire il suo primato.<br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.353347</guid>
	     	<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 22:09:45 +0100</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[La festa e l’impegno]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/la-festa-e-l-impegno-1.351880?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[Oggi brindiamo. Il governo Berlusconi si &egrave; finalmente dimesso. L&rsquo;Italia pu&ograve; voltare pagina dopo un decennio di decadenza economica, sociale, civile. E dopo che nelle ultime settimane il discredito internazionale e il fallimento politico del premier hanno spinto l&rsquo;intero Paese sull&rsquo;orlo del precipizio. Brindiamo sperando nel riscatto. Brindiamo anche se non ci sfuggono i rischi e le difficolt&agrave; di domani.<br />
Per quanto ambigua sia l&rsquo;espressione Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi ne &egrave; stato certamente l&rsquo;uomo-simbolo.<br />
<br />
Il ventennio seguito al trattato di Maastricht e al terremoto di Tangentopoli ha portato all&rsquo;Italia anche risultati positivi. Tra tutti l&rsquo;ingresso nell&rsquo;euro e l&rsquo;alternanza di governo. Ma alla fine del ciclo il bilancio &egrave; decisamente in rosso. Sono cresciute le disuguaglianze, &egrave; calata la competitivit&agrave;, si sono sfilacciate le reti di solidariet&agrave;, i corpi intermedi hanno perso consistenza riducendo la partecipizione e il tasso di rinnovamento politico. Proprio su impulso di Berlusconi il sistema &egrave; stato piegato ad un presidenzialismo di fatto che confligge apertamente con gli equilibri costituzionali. E non parliamo poi di quanto la societ&agrave; si sia impoverita di senso civico, di legalit&agrave;, di cultura della condivisione, moltiplicando invece i conflitti di interesse e le commistioni tra affari e amministrazione pubblica.<br />
Certo, non sarebbe giusto scaricare su Berlusconi ogni colpa, senza riconoscere al tempo stesso i limiti, gli errori, gli opportunismi di tanti che lo hanno contrastato. Tuttavia il Cavaliere si &egrave; costruito come leader politico da titolare della pi&ugrave; grande impresa televisiva privata, quindi di una delle pi&ugrave; potenti agenzie culturali del Paese: e i modelli individuali, la stessa idea di successo, che ha contribuito a diffondere sono stati la semina del suo futuro raccolto politico.<br />
Ecco perch&eacute; uscire dal berlusconismo e voltare pagina non &egrave; impresa che si pu&ograve; affidare soltanto a un governo. &Egrave; una grande battaglia politico-culturale, che deve partire da un&rsquo;analisi critica e autocritica sul ventennio trascorso. Intanto oggi l&rsquo;errore pi&ugrave; grave sarebbe proprio quello di scambiare la crisi di sistema che affligge l&rsquo;Italia con una ordinaria crisi di governo. Magari una crisi appena un po&rsquo; speciale, visto che &egrave; stato necessario chiamare Mario Monti e ricorrere ancora una volta a un esecutivo &laquo;tecnico&raquo;.<br />
Berlusconi &egrave; stato scalzato dalla sua totale inadeguatezza ad affrontare sul fronte italiano la crisi globale. Un&rsquo;incapacit&agrave; cos&igrave; conclamata da provocare l&rsquo;allarme rosso in tutte le cancellerie occidentali. Ora Mario Monti offre l&rsquo;opportunit&agrave; all&rsquo;Italia e alle sue istituzioni per avviare un&rsquo;opera di ricostruzione. Monti si muove su un crinale difficile ed &egrave; bene che il centrosinistra lo sostenga con coraggio e altruismo. Pu&ograve; consentire una riscossa della politica e un suo rinnovamento, se sapr&agrave; coniugare equit&agrave; e risanamento, se sapr&agrave; restituirci una legge elettorale di tipo europeo. Ma non dobbiamo nasconderci che pu&ograve; anche produrre la vittoria finale dell&rsquo;antipolitica, che &egrave; innanzitutto il dominio delle istituzioni finanziarie sulla democrazia. Il rischio va tenuto presente. Peraltro, le elezioni prima o poi arriveranno.<br />
Berlusconi si &egrave; dimesso con grave ritardo, il che ha danneggiato l&rsquo;Italia e incattivito il clima: ieri tanti hanno festeggiato in piazza e qualcuno ha ripetuto l&rsquo;indegno gesto del lancio delle monetine. &Egrave; il colpo di coda di un populismo aggressivo, per tanto tempo alimentato dalla destra e i cui residui saranno duri a morire. Rester&agrave; a noi il dovere di analizzare e distinguere ci&ograve; che di grottesco, di personale, di anomalo (ad esempio, la sequenza di leggi ad personam) Berlusconi ha portato nel sistema e ci&ograve; che invece costituisce l&rsquo;onda lunga dell&rsquo;egemonia liberista, di cui Forza Italia e il Pdl sono stati i vettori. &Egrave; vero che il Cavaliere non &egrave; mai stato il liberale che aveva promesso, ma &egrave; stato l&rsquo;interprete di quella vulgata: non bisogna dimenticarlo. &Egrave; stato l&rsquo;uomo che ha spostato a destra l&rsquo;asse dei moderati, costruendo un blocco sociale che nulla aveva a che fare con la vecchia Dc. Ne &egrave; testimone quel radicalismo di destra che oggi rappresenta la parte arrabbiata del suo elettorato. Ma la prova di una pi&ugrave; ampia tendenza europea sta nel prevalere degli interessi nazionali e delle politiche economiche pi&ugrave; restrittive all&rsquo;interno dei partiti-guida del Ppe.<br />
Capire in cosa consista l&rsquo;eccezionalit&agrave; di Berlusconi e cosa invece sia il portato di questo vento di destra, che ha dominato il ciclo mondiale, &egrave; operazione decisiva. Innanzitutto perch&eacute; i progressisti non possono fare la politica della destra, non possono confondere (come purtroppo &egrave; accaduto in passato) il liberismo con il riformismo. In altre parole, mentre &egrave; giusto assumere impegni seri per il risanamento del Paese, non si pu&ograve; perdere lo spirito critico nel giudicare i fallimenti del tandem Merkel-Sarkozy, della Bce e del Fmi in Grecia, e non solo. Ma c&rsquo;&egrave; un&rsquo;altra robusta ragione per cogliere l&rsquo;originalit&agrave; del berlusconismo. La ragione &egrave; che non vogliamo nuovi Berlusconi, tanto meno nel centrosinistra. E vogliamo fortemente cambiare questo sistema politico, fondato sul paradigma populista del leader che guarda ossessivamente i sondaggi e non sopporta la democrazia nei partiti.<br />
<br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.351880</guid>
	     	<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 22:47:07 +0100</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[La speranza e la politica]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/la-speranza-e-la-politica-1.351209?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[Il governo Monti &egrave; oggi una speranza per l&rsquo;Italia. La speranza di voltare pagina dopo l&rsquo;ingloriosa fine del ciclo berlusconiano, risalendo la china della credibilit&agrave; perduta, tenendo insieme equit&agrave; e risanamento, rimettendo in sesto il sistema politico a partire dalla riforma elettorale. Ma non baster&agrave; applaudire per sventare i pericoli che incombono sul Paese.<br />
L&rsquo;emergenza italiana chiede di essere affrontata con forza, oltre che con equilibrio e giustizia. Ci attendono scelte difficili, politiche severe e non si potr&agrave; fare a meno di una forte legittimazione del governo (che &egrave; cosa diversa dalla sua legittimit&agrave;). Il governo Monti si forma in una condizione eccezionale: ma sarebbe inaccettabile che si affermasse come il commissariamento della politica da parte delle tecnocrazie europee o delle oligarchie economiche. Per nascere, invece, il nuovo governo deve poggiare su un&rsquo;assunzione piena, esplicita di responsabilit&agrave; dei partiti maggiori, a cominciare da Pdl e Pd. Nessuno pu&ograve; far finta di niente o fischiettare. Senza un loro impegno solenne, aperto alla convergenza di tutti, &egrave; meglio correre subito alle urne.<br />
Votare non sarebbe un dramma. Il voto &egrave; la normalit&agrave;, la bellezza, la forza della democrazia. E la democrazia non &egrave; un lusso, checch&eacute; ne dicano alcuni. Non c&rsquo;&egrave; responsabilit&agrave; politica senza consenso. Ma proprio per questo, ci&ograve; che mancher&agrave; al nuovo governo, devono fornirglielo il Parlamento e i partiti. Un esecutivo pu&ograve; anche avere un profilo tecnico - ed &egrave; opportuno che i partiti stavolta facciano un passo indietro dalla compagine ministeriale, innanzitutto perch&eacute; la conflittualit&agrave; tra Pdl e Pd appare irriducibile - ma non esiste una sospensione della politica.<br />
La piena assunzione di responsabilit&agrave; per il Pd vorr&agrave; dire in primo luogo sostenere contenuti di equit&agrave; nell&rsquo;azione di risanamento e di rilancio della crescita. Le dimissioni di Berlusconi sono state un grande successo per le opposizioni. Non era facile vista l&rsquo;ingessatura dell&rsquo;attuale sistema. Non sarebbe stato possibile senza l&rsquo;unit&agrave; d&rsquo;azione delle ultime settimane. Bersani disse che il pi&ugrave; antiberlusconiano sarebbe stato quello che l&rsquo;avrebbe fatto cadere, non chi gridava pi&ugrave; forte. Pu&ograve; segnare il punto. E pu&ograve; anche dire a testa alta che il suo partito &egrave; pronto a un sacrificio - la rinuncia a elezioni immediate - per aiutare l&rsquo;Italia a compiere insieme un importante passo avanti.<br />
La verifica dell&rsquo;equit&agrave; sociale per&ograve; &egrave; decisiva. Compito del governo Monti sar&agrave; integrare con nuove misure le manovre di Berlusconi: come si far&agrave;? &Egrave; chiaro che a pagare l&rsquo;aggiunta ora dovranno essere soprattutto coloro che fin qui sono stati risparmiati. La lotta contro l&rsquo;evasione fiscale va rafforzata, senza escludere misure straordinarie come la sovrattassa per gli &ldquo;scudati&rdquo;. I privilegi ingiusti vanno colpiti, eliminando il superfuo nei costi della politica ma anche le barriere di professioni, lobby, corporazioni e i superbonus dei supermanager. I grandi patrimoni e le rendite non potranno pi&ugrave; essere esentate dal contributo al risanamento. La tassazione si deve spostare dal lavoro alla rendita, perch&eacute; solo cos&igrave; pu&ograve; ripartire la crescita. E, siccome il costo sar&agrave; alto, tutti dovranno rinunciare a qualcosa. Ma se si pu&ograve; chiedere ai lavoratori di accelerare il superamento delle pensioni di anzianit&agrave;, anticipando il passaggio al contributivo pro rata, deve essere chiaro che l&rsquo;arma ideologica dell&rsquo;articolo 18 va deposta. Neppure Confindustria chiede la libert&agrave; di licenziamento. Mario Monti non &egrave; un liberista, ma uno studioso che si &egrave; formato sull&rsquo;economia sociale di mercato: a lui toccher&agrave; promuovere un nuovo patto sociale, superando quella politica di divisione del mondo del lavoro che Berlusconi ha perseguito con ostinazione fino all&rsquo;ultimo.<br />
Come scriviamo in questo numero del giornale, il governo Monti avr&agrave; anche il compito di restituire all&rsquo;Italia una legge elettorale di tipo occidentale. Il che vuol dire almeno il ripristino di un rapporto diretto tra elettore ed eletto e l&rsquo;eliminazione del premio di maggioranza (quel surrogato presidenzialista che ha stravolto il nostro modello costituzionale). Siamo a bivio dopo la Seconda Repubblica: o imbocchiamo davvero la via presidenziale (con elezione separata del Parlamento) o costruiamo un sistema parlamentare efficiente. Non &egrave; difficile fare in modo che il premier sia il leader del partito pi&ugrave; votato, che la sera del voto sia gi&agrave; chiara al mondo la coalizione di maggioranza, che i governi durino normalmente una legislatura, che comunque il Parlamento possa sanzionare un esecutivo senza che si gridi allo scandalo.<br />
La fase nuova che si apre avr&agrave; bisogno di pi&ugrave; politica. L&rsquo;auspicio &egrave; che le opposizioni a Berlusconi mantengano, nonostante i dubbi e le riserve di oggi, l&rsquo;unit&agrave; di questi giorni. Se venisse meno, sarebbe una chance in meno per l&rsquo;Italia.<br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.351209</guid>
	     	<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 22:03:49 +0100</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[La strada per ricominciare]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/la-strada-per-ricominciare-1.350433?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[Silvio Berlusconi si &egrave; arreso. Dopo che la Camera ha certificato il venir meno della sua maggioranza, &egrave; stato costretto ad annunciare le dimissioni al Capo dello Stato. La data &egrave; posticipata al giorno in cui verr&agrave; approvata la legge di stabilit&agrave;. E probabilmente in questo rinvio c&rsquo;&egrave; ancora il residuo di un&rsquo;ostinata resistenza ai danni del Paese, magari persino il retropensiero di qualche compravendita in extremis. Ma la sostanza della crisi stavolta concede ben poco a scenari che somiglino al 14 dicembre.<br />
<br />
Le annunciate dimissioni di Berlusconi segnano oggi la fine di un governo, la fine di un ciclo politico e probabilmente anche di quella che abbiamo chiamato Seconda Repubblica.<br />
&Egrave; stata una fine ingloriosa. Che ha scaricato sull&rsquo;Italia un discredito, addirittura una derisione, destinati a pesare sul prossimo cammino. Ormai non c&rsquo;era cancelleria in Occidente, o impresa, o operatore di mercato che non considerasse Berlusconi come la zavorra dell&rsquo;Italia e come il pericolo numero uno per l&rsquo;Euro. La Grecia &egrave; stata spinta (anche per responsabilit&agrave; delle politiche europee) sull&rsquo;orlo dell&rsquo;abisso, ma da qualche settimana era l&rsquo;Italia il problema per tutti. Anzi, l&rsquo;arroccamento del Cavaliere ha fatto diventare l&rsquo;Italia il problema di tutti. Per questo le dimissioni, pur formalmente rinviate al giorno del voto finale sulla legge di stabilit&agrave;, sono un atto politico di fatto gi&agrave; conclusivo. Domani le Borse e i mercati sanzioneranno l&rsquo;evento: e se l&rsquo;anticipo &egrave; stato quello di luned&igrave;, dopo il primo annuncio di dimissioni, poi smentito, &egrave; chiaro che la fase nuova per l&rsquo;Italia si &egrave; gi&agrave; aperta. E che, anzi, non ci sar&agrave; tempo da perdere.<br />
Berlusconi sapeva da mesi che la parabola declinante non si sarebbe arrestata. In ci&ograve; sta una delle sue colpe maggiori. Subito dopo quella di aver negato la crisi mentre invece il resto del mondo discuteva e si attrezzava per affrontarla. Berlusconi &egrave; diventato nel tempo un professionista della politica, forse il pi&ugrave; abile sul piano tecnico. Ma non &egrave; mai riuscito a separare l&rsquo;interesse privato da quello pubblico, e anzi il primo ha continuato a prevalere sul secondo persino oltre la tutela dell&rsquo;azienda e le innumerevoli leggi ad personam. Disse una volta Helmut Kohl che le persone molto ricche non possono fare politica, perch&eacute; sfugge loro l&rsquo;ancoraggio agli interessi generali. Berlusconi in quest&rsquo;ultima stagione aveva un solo obiettivo propagandistico: non difendeva pi&ugrave; se stesso, spendeva ogni risorsa per dimostrare che tutti gli altri erano peggiori di lui. Come al tempo della discesa in campo, nel &lsquo;94, il motore dell&rsquo;antipolitica &egrave; tornato a essere lui: potendo contare su nuovi e trasversali alleati.<br />
<br />
Ma quest&rsquo;azione perversa si &egrave; sommata ai problemi strutturali del Paese, impedendo ogni soluzione positiva. Berlusconi ha anche continuato a perseguire, con pervicacia, la rottura di ogni patto sociale. E i corpi intermedi - dalle imprese ai sindacati, dalle cooperative ai &ldquo;piccoli&rdquo;, dalle banche ai commercianti - si sono espressi in modo unitario per la discontinuit&agrave; del governo. Un fatto senza precedenti.<br />
<br />
Ora la sua linea di condotta - gi&agrave; lo si &egrave; intuito ieri sera - &egrave; tentare di fare terra bruciata attorno a s&eacute;. Impedendo un secondo governo di legislatura. O comunque consentendone uno (governo Alfano?) a fini esclusivamente elettorali, sottoposto al suo pi&ugrave; stretto controllo. Che le elezioni siano la strada migliore, e anche la pi&ugrave; probabile, &egrave; opinione condivisibile. Tuttavia &egrave; inaccettabile un&rsquo;ulteriore torsione da parte di Berlusconi dell&rsquo;interesse pubblico e delle dinamiche istituzionali. Un premier che si dimette non pu&ograve; limitare l&rsquo;azione del Capo dello Stato. Tanto pi&ugrave; in un momento di cos&igrave; grave pericolo per il Paese. La pretesa berlusconiana di disporre del destino della legislatura in nome di un mandato diretto &egrave; inaccettabile. Anzi, il solo fatto che venga riproposta dopo che Berlusconi si &egrave; avvalso di un vero e proprio ribaltone (con i voti determinanti di deputati eletti nei partiti di opposizione), d&agrave; la misura della crisi di sistema.<br />
Quella che si apre oggi non &egrave; solo una crisi di governo. Le opposizioni non devono dimenticarlo. A una crisi di sistema e a una grave emergenza economico-sociale si risponde con un&rsquo;ampia solidariet&agrave; politica e con la ricerca della coesione sociale. Se il Pdl invertir&agrave; subito la propria rotta forse sar&agrave; possibile un governo d&rsquo;emergenza. Altrimenti il centro e il centrosinistra hanno il dovere di dare seguito ai loro propositi di oggi presentando agli elettori la grande coalizione possibile per il Paese. Chi si sfiler&agrave; mostrer&agrave; la propria incoerenza.<br />
<br />
<br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.350433</guid>
	     	<pubDate>Tue, 8 Nov 2011 22:32:02 +0100</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[Impegno comune]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/impegno-comune-1.349429?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[Fiducia. Responsabilit&agrave;. Unit&agrave;. Uguaglianza. Equit&agrave;. Cambiamento. Ricostruzione.<br />
Non sempre le parole del Pd sono capaci di rappresentare la forza e la coesione necessaria, quella che i suoi elettori giustamente pretendono. Ieri invece a piazza San Giovanni il pi&ugrave; grande partito dell&rsquo;opposizione, probabilmente oggi il maggiore d&rsquo;Italia, &egrave; riuscito a trasmettere un segnale di solidit&agrave;, di compostezza, e dunque di speranza, proprio mentre le convulsioni del governo Berlusconi sembrano condannarlo a un esito inesorabile. Tra tutte le parole ieri ha prevalso la fiducia.<br />
Fiducia in noi stessi. Fiducia nell&rsquo;Italia. Fiducia che si possa superare il discredito e risalire insieme dal fondo in cui siamo precipitati. Ma fiducia anche che si possano cambiare le politiche: quelle del governo Berlusconi e quelle dei governi di centrodestra che oggi dettano legge in Europa. A costruire questo sentimento ha contribuito il segretario del Pd, che nel discorso di ieri come nei mesi passati non ha rinunciato al proprio tratto personale: e cos&igrave;, bench&eacute; la manifestazione mettesse inevitabilmente in mostra la sua leadership, ha prevalso ugualmente l&rsquo;immagine del partito come organismo collettivo, come comunit&agrave; in cammino, come pluralit&agrave; convergente.<br />
Bersani ha rivendicato con energia che il Pd &egrave; il solo movimento politico ad avere il coraggio di chiamarsi partito. &Egrave; una fedelt&agrave; allo spirito della Costituzione. E pure un elemento di patriottismo. Ma a determinare il clima di fiducia ieri ha contribuito in misura decisiva anche quel popolo: quelle donne, quegli uomini, quei giovani che hanno riempito la piazza. Un amalgama riuscito. Una comunit&agrave; che ha radici profonde nella storia italiana e per questo oggi si dice pronta (anche se ha paura) a caricarsi sulle spalle le fatiche della ricostruzione. Una comunit&agrave; dove si incontrano culture diverse e che tuttavia hanno in comune valori importanti: non ci sar&agrave; risanamento senza equit&agrave;, non ci sar&agrave; aumento di produttivit&agrave; senza la centralit&agrave; del lavoro, non ci sar&agrave; crescita del Paese senza coesione sociale.<br />
Non era facile far prevalere ieri quella parola: fiducia. &Egrave; un tempo dove corre il pessimismo autodistruttivo, l&rsquo;invettiva contro tutto e tutti, il disincanto che diventa cinismo. Per andare controcorrente il Pd deve essere capace almeno di scongiurare uno scontro interno di carattere personalistico. &Egrave; vero, ieri qualcuno ha fischiato Matteo Renzi. Ma chi l&rsquo;ha fatto non rappresentava il sentimento largamente maggioritario nella piazza. Importante &egrave; stata ieri la presenza, accanto a Bersani, dell&rsquo;intero gruppo dirigente del Pd, anche di chi, nel confronto interno, muove le sue critiche. Ancora pi&ugrave; importante &egrave; che tutti nel Pd, mentre Berlusconi &egrave; travolto dalla sfiducia interna ed esterna, si esprimano alla stessa maniera sul dopo: pronti ad un governo di responsabilit&agrave; nazionale se Pdl e Lega lo favoriranno; pronti alle elezioni anticipate se non sar&agrave; possibile dar vita ad un esecutivo credibile e di alto livello.<br />
Il Pd resta la colonna portante dell&rsquo;alternativa. E la fiducia di oggi ha un legame con l&rsquo;intesa che &egrave; stata raggiunta negli ultimi giorni in Parlamento con Udc e Idv: un&rsquo;azione comune che ha contribuito non poco allo sfilacciamento della coalizione di governo. Ieri a questa convergenza si &egrave; unito anche Vendola, aprendo ad un governo di transizione che porti il Paese alle urne in primavera e inserisca la patrimoniale nelle prime misure di risanamento economico. Tra il centrosinistra e il centro non pu&ograve; nascere un&rsquo;alleanza strategica di lungo periodo. Tuttavia &egrave; la &laquo;grande coalizione&raquo; possibile in un Italia che ha bisogno di largo consenso e di promuovere un nuovo patto sociale per vincere questa tremenda sfida.<br />
Nella prospettiva non lontana delle elezioni chi si sottrarr&agrave; a questa responsabilit&agrave; smentir&agrave; tanti propositi di oggi. Nessuno pu&ograve; permettersi, pena infliggere un grave colpo al Paese, di minare la stabilit&agrave; della prossima legislatura. In ogni caso il Pd, a questo punto, dovr&agrave; andare avanti sulla propria strada. Con grande apertura. Innanzitutto verso il nuovo che si muove nella societ&agrave; e i giovani che chiedono spazio. Con grande rigore e sobriet&agrave;. Innanzitutto verso se stesso. Ma ormai deve marcare sempre pi&ugrave; la propria responsabilit&agrave; di governo. Perch&eacute; l&rsquo;Europa e il mondo ieri hanno guardato a quella piazza cercando di scrutare l&rsquo;altra Italia. Un&rsquo;Italia che manterr&agrave; gli impegni presi. Un&rsquo;Italia che vuole tornare in Europa per contribuire a cambiare (speriamo con Hollande e Gabriel) quelle politiche che hanno fin qui portato male.<br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.349429</guid>
	     	<pubDate>Sat, 5 Nov 2011 22:09:17 +0100</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[Alzare la testa]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/alzare-la-testa-1.349157?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[Il discredito del governo Berlusconi umilia l&rsquo;Italia e colpisce la societ&agrave;, le imprese, i risparmi. Il commissariamento dell&rsquo;esecutivo si fa ogni giorno pi&ugrave; stringente, come dimostrano le decisioni prese ieri a Cannes. <br />
Il premier &egrave; stato prima piegato dall&rsquo;Europa e dagli Usa e obbligato a sottoporre il piano di risanamento alla verifica del Fmi, poi &egrave; stato costretto a dire che era una sua libera scelta.<br />
Siamo sprofondati nel punto pi&ugrave; basso. E si ha timore nel dirlo perch&eacute;, se Berlusconi dovesse ancora resistere nel bunker, potremmo precipitare ulteriormente. L&rsquo;Italia oggi &egrave; in pericolo. Un pericolo serio, grave, incombente. Le successive manovre votate dal Parlamento sono state tutte travolte dai mercati, annullandone gli effetti. Cambiare il premier e restituire al Paese una guida autorevole e una solidit&agrave; politica &egrave; ormai l&rsquo;emergenza. Non pu&ograve; finire nel baratro, in default, uno dei Paesi fondatori dell&rsquo;Unione europea. Siamo una nazione carica di storia, di creativit&agrave; e ingegno, di aziende con grandi potenzialit&agrave;, di lavoro di qualit&agrave;, di reti di solidariet&agrave; umana, di famiglie capaci di sopportare tante disfunzioni del welfare. Nonostante il discredito e il debito pubblico continuiamo a essere uno dei Paesi pi&ugrave; ricchi del mondo. E i nostri giovani, le donne, il Sud - cio&egrave; i pi&ugrave; penalizzati dalla crisi e dalle politiche inique - continuano a chiedere di cambiare, di non essere esclusi, di mettere in gioco talenti e speranze.<br />
Oggi la piazza del Pd, pure nel lutto per la tragedia di Genova, vuole dare voce all&rsquo;Italia che non si piega, n&eacute; si rassegna alla protesta individuale, oppure a quella generica che d&agrave; la colpa a tutti e nei fatti assolve tutti. Quando si tocca il fondo bisogna innanzitutto alzare la testa. E allungare lo sguardo. &Egrave; forte la tentazione di rotolarsi nel fango, tra le macerie della credibilit&agrave; italiana. Purtroppo &egrave; la cosa pi&ugrave; facile. In tanti lucrano sul discredito che colpisce nel mucchio, sul rimpallo di responsabilit&agrave; parziali, sulla depressione che affonda le speranze. Per il premier in declino il disprezzo della politica e la demolizione di qualunque alternativa &egrave; diventata la pi&ugrave; efficace arma di resistenza. E su quella scia si trovano a marciare, ieri come oggi, influenti oligarchie economiche, spalleggiate magari da pseudo-radicalismi di sinistra.<br />
La piazza del Pd parla invece di ricostruzione. Della pazienza, dell&rsquo;umilt&agrave;, della necessit&agrave; di costruire. Alzare la testa. S&igrave;, bisogna essere pi&ugrave; forti anche dei propri limiti. Perch&eacute; i problemi, le diversit&agrave;, le rivalit&agrave;, le insufficienze, gli egoismi non mancano nel Pd e appesantiscono oggi le ali del centrosinistra. Invece i momenti migliori sono stati proprio quelli in cui il centrosinistra &egrave; riuscito a legare i propri interessi con il destino del Paese, con la sua unit&agrave;, con il suo riscatto materiale e morale. Salvare l&rsquo;Italia, farla risalire, dare un futuro ai giovani &egrave; oggi un&rsquo;impresa non meno ardua di quella dell&rsquo;euro che impegn&ograve; gli interi anni Novanta. L&rsquo;approdo non &egrave; certo. I sacrifici saranno pesanti e solo una misura di equit&agrave; li render&agrave; sopportabili. Anche i rischi sono molteplici: compreso quello di una perdita di consensi. Ma la politica si riscatta solo con il rischio. E con obiettivi limpidi. Il rinnovamento &egrave; una questione di contenuti, prima che di generazioni che chiedono giustamente spazio.<br />
Per ricostruire l&rsquo;Italia bisogna voltare pagina. Non baster&agrave; cambiare un Berlusconi con un berluschino. Ci vuole un&rsquo;Italia che torni a pesare in Europa e che contribuisca a cambiare le politiche europee. Anche per questo &egrave; importante la manifestazione di piazza San Giovanni: perch&eacute; accanto a Pier Luigi Bersani ci sar&agrave; il leader della Spd Siegmar Gabriel e il candidato socialista alle presidenziali francesi, Fran&ccedil;ois Hollande, sar&agrave; presente con un videomessaggio. Prima di ogni formula interna, &egrave; questa alleanza tra progressisti che pu&ograve; aprire la strada verso un&rsquo;Europa pi&ugrave; forte, pi&ugrave; comunitaria, pi&ugrave; solidale nel giocare la partita della globalizzazione. Il Pd &egrave; nel dna un partito europeo. Ma ci&ograve; non vuol dire perdere lo spirito critico o rinunciare a battersi per cambiare ci&ograve; che non va nell&rsquo;Unione (peraltro il fallimento della cura greca rischia di essere riprodotto da noi).<br />
Non sono mancate neppure le critiche per la convocazione della piazza. Ma i ricostruttori devono alzare la testa insieme. Per dare un segnale a tutta la societ&agrave;. Un segnale di altruismo. In piazza ci sar&agrave; il Pd. Ma non solo. Il partito pi&ugrave; grande del centrosinistra deve tenere le braccia larghe. Anche perch&eacute; cos&igrave; avr&agrave; pi&ugrave; forza nel dire basta ai leader solitari, che soffocano i corpi intermedi per cercare il popolo che applaude. Questo &egrave; il berlusconismo che ha gi&agrave; deformato le nostre istituzioni e ci ha portato sulla soglia del baratro.<br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.349157</guid>
	     	<pubDate>Fri, 4 Nov 2011 21:55:21 +0100</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[La via democratica]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/la-via-democratica-1.348069?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[La decisione del premier greco George Papandreou di indire un referendum popolare per approvare il nuovo piano di salvataggio, varato da Ue, Bce e Fmi, ha scatenato la bufera sui mercati. E l&rsquo;epicentro, o meglio il bersaglio, si &egrave; presto spostato sull&rsquo;Italia, ormai frontiera critica dell&rsquo;euro, il Paese con il governo pi&ugrave; screditato, il pericolo incombente per l&rsquo;Europa.<br />
<br />
Su <em>l&rsquo;Unit&agrave;</em> in questi giorni sono stati analizzati i costi insostenibili della permenenza di Berlusconi alla guida del governo. A questo punto le sue dimissioni sono una necessit&agrave; vitale per il Paese. Berlusconi &egrave; considerato una zavorra da tutte le cancellerie, dagli operatori economici, dall&rsquo;opinione pubblica internazionale. I suoi impegni non vengono giudicati credibili, n&eacute; sostenibili. La sua lettera all&rsquo;Unione europea &egrave; stata sbagliata, perch&eacute; ha offerto lo scalpo dei licenziamenti (non richiesti neppure dalle imprese) invece di promuovere un patto sociale su patrimoniale, previdenza, lotta all&rsquo;evasione, detassazione del lavoro. Lo dice anche Tremonti che la permanenza del Cavaliere a Palazzo Chigi vale almeno 100 punti di spread.<br />
<br />
Ci&ograve; non vuol dire che Berlusconi sia il responsabile principale di questa crisi drammatica: sono persino maggiori le colpe dei governi di centrodestra che hanno guidato negli ultimi anni l&rsquo;Europa con politiche egostiche e miopi (perch&eacute; non hanno ristrutturato il debito greco 18 mesi fa, quando i costi erano poche decine di miliardi di euro?). Tuttavia Berlusconi &egrave; oggi obiettivamente l&rsquo;impedimento a una risalita dell&rsquo;Italia. E rappresenta una minaccia per l&rsquo;intera costruzione europea. Toccherebbe a lui aprire la fase nuova, come ha fatto Zapatero guadagnando per la Spagna uno spread e una condizione migliori della nostra. In ogni caso, siccome il pericolo &egrave; altissimo per tutti noi e per i nostri figli, in queste ore nessuno pu&ograve; sottrarsi alle responsabilit&agrave;, come richiesto dal Capo dello Stato.<br />
Piuttosto l&rsquo;innesco di quest&rsquo;ultima bufera ha riportato al centro la questione democratica. &Egrave; vero che l&rsquo;emergenza economico-finanziaria spiazza le nostre societ&agrave; e genera paure. Ma &egrave; inaccettabile l&rsquo;idea che la democrazia sia un lusso, oppure che le politiche di risanamento vadano affidate a tecnocrazie esterne, sospendendo la normale vita democratica. Senza democrazia rischia di svanire l&rsquo;idea stessa di Europa.<br />
<br />
La scelta di Papandreou &egrave; stata dettata da una condizione di debolezza, non solo verso l&rsquo;opinione pubblica greca, ma anche verso il suo partito in affanno. Forse avrebbe potuto gestirla meglio dopo il Consiglio europeo. Ha deciso per&ograve; di rimettere ai propri elettori il destino del Paese: accettare ulteriori, pesantissimi sacrifici pur di abbattere parte del debito pubblico accumulato oppure fare fallimento e uscire dall&rsquo;euro (con conseguenze imprevedibili anche per l&rsquo;Europa). La Grecia ha gi&agrave; pagato costi sociali elevati. Ha pagato pure per gli errori europei. Ma la responsabilit&agrave; non pu&ograve; essere separata a lungo dalla democrazia.<br />
Il tema riguarda anche l&rsquo;Italia. Il vincolo esterno &egrave; stato tante volte per noi spinta verso il progresso. E oggi pi&ugrave; di qualcuno crede che solo un governo emergenziale, separato e sovraordinato alla politica, possa realizzare le misure strutturali necessarie per recuperare competitivit&agrave;. Le oligarchie che tifano da sempre per i governi tecnici alimentano l&rsquo;antipolitica per questa finalit&agrave;. Ma siamo a un punto limite. Il deficit di consenso rischia oggi di travolgere non solo i partiti ma le stesse istituzioni, e con esse l&rsquo;autorit&agrave; necessaria a un processo di riforme equo e socialmente condiviso. La politica &egrave; questo: tenere insieme rappresentanza e decisione. Mentre invece la proliferazione del ceto politico &egrave; stato un danno, un segno di declino, non un rafforzamento.<br />
In ogni caso la via democratica resta la pi&ugrave; solida anche di fronte a una crisi drammatica. &Egrave; questa la lezione di Moro e Berlinguer, che si assunsero responsabilit&agrave; pesanti e furono disposti a pagare alti prezzi per affrontare i passaggi del loro tempo. Se ci sono le condizioni, si faccia un governo d&rsquo;emergenza per evitare il baratro: ma subito dopo torni la parola agli elettori, soli titolari della sovranit&agrave;. Ci&ograve; che decideranno gli italiani avr&agrave; pi&ugrave; forza politica. Piuttosto facciano chiarezza i partiti: come possono i centristi lanciare l&rsquo;allarme per l&rsquo;Italia di Berlusconi e poi sottrarsi a una grande coalizione con il centrosinistra, scommettendo sull&rsquo;instabilit&agrave; della prossima legislatura? &Egrave; per tutti l&rsquo;ora della responsabilit&agrave;. Semmai &egrave; arrivato anche il tempo di portare la democrazia degli elettori nelle istituzioni europee, oltre il Parlamento di Strasburgo.<br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.348069</guid>
	     	<pubDate>Tue, 1 Nov 2011 21:48:16 +0100</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[La rottura sociale]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/la-rottura-sociale-1.347147?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[La lettera che Berlusconi ha inviato alle istituzioni europee ha fatto esultare l&rsquo;area radical-liberista del Pdl. Ma nessun altro &egrave; soddisfatto, n&eacute; tanto meno convinto che gli impegni principali verranno mantenuti. Ovunque c&rsquo;&egrave; grande preoccupazione per l&rsquo;Italia. Le cancellerie diffidano del nostro governo, tanto da rafforzare i meccanismi di &ldquo;commissariamento&rdquo;.<br />
I mercati hanno gi&agrave; manifestato la loro sfiducia verso un premier e una maggioranza non pi&ugrave; credibili. Il ministro Tremonti &egrave; stato bruscamente esautorato con ci&ograve; aumentando lo sconcerto all&rsquo;estero. Cos&igrave; purtroppo, mentre l&rsquo;Europa ha compiuto un passo verso il salvataggio della Grecia e della moneta unica, l&rsquo;Italia continua ad essere il pericoloso fronte critico dell&rsquo;intera Unione.<br />
Chi inneggia alla svolta berlusconiana spera di ritrovare lo spirito del &lsquo;94, della &ldquo;rivoluzione liberale&rdquo;. Ma pi&ugrave; che una realt&agrave; appare un&rsquo;illusione: il Berlusconi declinante somiglia alla parodia di un doroteo, incapace di assumere il rischio politico connesso alle proposte di cambiamento. I suoi sostenitori replicano che il cambiamento questa volta c&rsquo;&egrave;: &egrave; l&rsquo;assalto finale all&rsquo;articolo 18, ovvero il licenziamento &laquo;per motivi economici&raquo;, unito alla sferzata sulla mobilit&agrave; dei pubblici dipendenti. Una sfida che ha gi&agrave; diviso le organizzazioni sociali, ha provocato l&rsquo;energica e unitaria reazione dei sindacati, ha premiato Marchionne penalizzando la Marcegaglia.<br />
Tuttavia la linea thatcheriana ha una spiegazione pi&ugrave; semplice, e per questo pi&ugrave; convincente. Berlusconi non ha avuto la forza, n&eacute; la capacit&agrave;, di compiere il cambiamento vero che l&rsquo;emergenza gli imponeva: raccogliere le indicazioni unitariamente espresse dalle forze sociali - prima con la lettera di agosto firmata da Mussari, Marcegaglia, Camusso e altri, poi con il manifesto delle imprese - e tentare di costruire, a partire da l&igrave;, una politica capace di coniugare equit&agrave;, competitivit&agrave; e crescita. Un percorso sicuramente laborioso, comunque il solo in grado di assicurare al Paese una solidariet&agrave; tra i corpi intermedi, e dunque una coesione sociale. Nessun grande passo in avanti &egrave; stato compiuto negli ultimi vent&rsquo;anni dall&rsquo;Italia senza un patto sociale.<br />
Berlusconi ha imboccato la strada opposta, quella della divisione, per due corpose ragioni politiche. La prima: la via del &ldquo;patto&rdquo; avrebbe portato probabilmente a un nuovo esecutivo. La seconda ragione &egrave; che sui contenuti del patto sarebbe saltata l&rsquo;alleanza con la Lega, e probabilmente anche l&rsquo;unit&agrave; del Pdl. Perch&eacute; al tavolo delle parti sociali si &egrave; parlato in questa estate di patrimoniale e di previdenza (nel senso di accelerare il passaggio al contributivo pro rata in cambio di maggiori rendimenti per i giovani e di un potenziamento del welfare per le donne e le famiglie), oltre che di una severa lotta all&rsquo;evasione fiscale, di una riduzione del carico fiscale sul lavoro, di liberalizzazioni. Su queste basi il governo sarebbe finito in frantumi.<br />
Non &egrave; vero, insomma, che quella lettera era la sola possibile. Con l&rsquo;Unione europea Berlusconi avrebbe potuto negoziare diverse condizioni. Pi&ugrave; plausibili e socialmente pi&ugrave; sostenibili. Accelerare il passaggio al contributivo pro rata &egrave; peraltro una misura costosa e nient&rsquo;affatto popolare, tuttavia ai sindacati poteva essere chiesta, a determinate condizioni e in nome di un patto intergenerazionale. Invece Berlusconi ha scelto la rottura. Ha fatto sua la linea del tandem Sacconi-Brunetta e la filosofia di Marchionne.<br />
La conseguenza politica &egrave; la frattura sempre pi&ugrave; netta tra i moderati e i liberisti. Sar&agrave; l&rsquo;eredit&agrave; del berlusconismo per il centrodestra. Per mantenere il patto elettorale con la Lega Berlusconi deve sconfiggere l&rsquo;area centrista, e ci&ograve; che rappresenta. Sar&agrave; stata pure la solita gaffe di Berlusconi, ma anche quell&rsquo;infelice battuta anti-euro d&agrave; la percezione del clima pre-elettorale e di quali messaggi il Cavaliere potr&agrave; usare.<br />
Ieri il Foglio ha accusato l&rsquo;Unit&agrave; di assumere, nell&rsquo;opposizione a Berlusconi, un atteggiamento da &ldquo;old labour&rdquo;. La ritengo una definizione sbagliata. &Egrave; comprensibile che quanti cercano di sorreggere Berlusconi sulla nuova linea tentino oggi di misurare la modernit&agrave; innanzitutto sul tema del mercato del lavoro. Per cui &egrave; vecchio chiunque si opponga alla modifica dell&rsquo;articolo 18, o anche soltanto, come i vertici di Confindustria, consideri inopportuno riaprire lo scontro sulla libert&agrave; di licenziamento. Noi non osteggiamo la flexicurity, anzi la riteniamo un traguardo da perseguire, nel senso che la rete delle tutele va finalmente estesa ai giovani e quella dei diritti equilibrata tra le generazioni. Il problema &egrave; che in Italia oggi non manca la flessibilit&agrave; in uscita, come dimostrano i numeri. Manca la security, tanto che la flessibilit&agrave; &egrave; diventata precariato e sta togliendo il futuro ai nostri ragazzi.<br />
La modifica dell&rsquo;articolo 18 non serve all&rsquo;Italia. Se anche il piano di Sacconi fosse attuato non porterebbe aumenti di competitivit&agrave;, n&eacute; rafforzamenti delle dimensioni di impresa. Porterebbe ancora pi&ugrave; precariet&agrave;, escludendo un&rsquo;altra fascia di cinquantenni e di donne dal lavoro senza rafforzare i diritti dei pi&ugrave; giovani. Anche per conquistare una maggiore flexicurity non si pu&ograve; fare a meno della coesione sociale e di un progressivo spostamento di risorse dalla rendita.<br />
&Egrave; una posizione &ldquo;old labour&rdquo;? Di certo non pu&ograve; essere definito cos&igrave; il documento del Pontificio consiglio di Giustizia e pace che ha contestato con forza il &laquo;liberismo economico senza regole e senza controlli&raquo; e ha chiesto &laquo;misure di tassazione delle transazioni finanziarie mediante aliquote eque&raquo;. L&rsquo;Italia in Europa dovrebbe portare queste idee, rispettando gli impegni presi sui conti pubblici ma anche contribuendo a un cambiamento di rotta. Per farlo nelle attuali difficolt&agrave; &egrave; auspicabile un&rsquo;alleanza vasta, sociale prima che politica. L&rsquo;opzione liberista di Berlusconi rende ancor pi&ugrave; necessaria un&rsquo;intesa di legislatura tra moderati e progressisti. Ma neppure questo pu&ograve; essere confuso con una visione da &ldquo;vecchia&rdquo; sinistra. Un patto tra forze diverse, di centro e di centrosinistra, pu&ograve; essere favorito oggi solo da un partito della natura e delle dimensioni del Pd. Ora nel Pd si &egrave; aperta una competizione per la leadership. Ma nessuno dei contendenti nega questa prospettiva nel dopo Berlusconi. Lo dicono anche Vendola e Di Pietro. E questo &egrave; positivo.<br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.347147</guid>
	     	<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 22:16:51 +0200</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[Voto d’emergenza]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/voto-d-emergenza-1.345551?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[Dopo l&rsquo;umiliazione subita a Bruxelles, Berlusconi sta disperatamente tentando di far sopravvivere il suo stremato governo. Ci auguriamo per il bene dell&rsquo;Italia che non ci riesca. La discontinuit&agrave; politica &egrave; condizione di un recupero di credibilit&agrave;, e dunque di una ricostruzione nazionale. Ma la migliore garanzia di discontinuit&agrave;, a questo punto, sono le elezioni.<br />
&Egrave; vero che il &ldquo;vincolo esterno&rdquo; &egrave; stato, nella vicenda italiana, uno sprone decisivo per ottenere risultati storici, altrimenti irraggiungibili. &Egrave; anche vero che la crisi attuale, europea e globale, ha caratteristiche tali da rendere auspicabile un&rsquo;ampia solidariet&agrave; politica tra forze di diverso orientamento per compiere quelle scelte strutturali destinate a incidere su interessi consolidati. Ma non &egrave; accettabile l&rsquo;assunto in base al quale le riforme pi&ugrave; costose e pesanti debbano essere affidate necessariamente a governi tecnici o istituzionali.<br />
La politica &egrave; caduta in basso, non per caso, nella considerazione dei cittadini: ma accettare il principio che essa debba fare un passo indietro quando i problemi sono gravi per rientrare in campo solo quando si torna all&rsquo;ordinaria amministrazione, ecco, questo sarebbe semplicemente la fine dalla politica. Sarebbe la plastica riaffermazione del primato degli interessi pi&ugrave; forti, a dispetto di ogni proposito di ripristinare una supremazia della democrazia - cio&egrave; dei cittadini - sull&rsquo;economia e la finanza.<br />
La democrazia non &egrave; un lusso. &Egrave; la modalit&agrave; necessaria per rendere i cittadini protagonisti del proprio destino. E oggi le speranze di risveglio sociale si intrecciano tutte con nuove domande di partecipazione. L&rsquo;Italia rischia di fare la fine della Grecia: domenica &egrave; stato detto questo a Bruxelles dai leader europei (i quali, a dire il vero, sono anche corresponsabili del progressivo aggravarsi della crisi greca, con le loro politiche e i loro egoismi). Ma la Spagna, che era entrata nella spirale della speculazione internazionale prima di noi, &egrave; riuscita a mettersi fuori tiro proprio grazie all&rsquo;annuncio di elezioni anticipate, fatto da Jos&egrave; Luis Zapatero. La convocazione dei comizi elettorali &egrave; stata la ragione di un recupero di credibilit&agrave;: Zapatero ha fatto un passo indietro, ha riconosciuto la propria inadeguatezza a proseguire, ha rimesso la decisione al popolo sovrano e, nella transizione verso il voto, sta prendendo decisioni importanti (spesso bipartisan) per mettere in sicurezza il Paese. La strada spagnola ha scongiurato il burrone greco.<br />
Ci&ograve; non vuol dire che i governi di emergenza o di transizione siano da rifiutare per principio. La priorit&agrave; oggi per ridare speranza e prestigio all&rsquo;Italia sono certamente le dimissioni del governo. Poi la parola passerebbe al Capo dello Stato. Se, nella contingenza, Giorgio Napolitano decidesse di promuovere un secondo governo di legislatura, le forze nazionali non potrebbero certo opporre un rifiuto. Anche perch&eacute; la speranza di andare al voto con una diversa legge elettorale sar&agrave; l&rsquo;ultima a morire per chi, come noi, ritiene il Porcellum un insulto alle istituzioni.<br />
Tuttavia l&rsquo;orizzonte elettorale &egrave; obiettivamente pi&ugrave; vicino. Le condizioni di un governo forte, come sarebbe necessario in questa stagione, sono quasi annullate, se non altro, dalle divisioni strategiche nel centrodestra e dal predominio che il Cavaliere mantiene sul &ldquo;partito personale&rdquo;. Se i moderati e i progressisti sono convinti che nel dopo Berlusconi la ricostruzione sociale, economica, istituzionale renda necessaria una forma di &ldquo;solidariet&agrave; nazionale&rdquo;, e dunque una coalizione straordinaria per un tempo limitato, non hanno a disposizione soluzioni pi&ugrave; limpide che dirlo apertamente agli elettori, presentare i loro uomini e i loro programmi, rimettersi al giudizio dei cittadini. In caso di vittoria, allora s&igrave;, uscirebbe un governo forte, capace di tornare a giocare in Europa un ruolo di primo piano. Il vincolo di legislatura tra i partiti contraenti ne sarebbe la garanzia, convalidata davanti al popolo sovrano. Non hanno il coraggio di fare questo passo? Allora &egrave; lecito dubitare che siano in grado di sostenere anche un governo tecnico, che abbia la forza e l&rsquo;autorevolezza necessarie per affrontare una crisi cos&igrave; difficile e rischiosa per il Paese.<br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.345551</guid>
	     	<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 22:01:32 +0200</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[L’Italia che non si arrende]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/l-italia-che-non-si-arrende-1.344934?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[La credibilit&agrave; del governo italiano &egrave; sotto zero. Il contagio della crisi greca - prodotto anche dal fallimento delle politiche europee - &egrave; una minaccia che incombe su di noi, accentuata dalle nostre strutturali debolezze. L&rsquo;Europa vive un passaggio cruciale, da cui dipender&agrave; il destino della moneta unica e probabilmente dell&rsquo;intera Unione.<br />
<br />
E in questo passaggio l&rsquo;Italia non c&rsquo;&egrave;. Non &egrave; rappresentata. Il suo premier non facilita il compromesso finale, non cerca di spostare l&rsquo;asse europeo verso un rafforzamento delle istituzioni comunitarie (come nella storia del nostro Paese): &egrave; piuttosto un problema, un interlocutore sgradito, un&rsquo;incognita che grava sull&rsquo;intera Europa. Le cancellerie dell&rsquo;Occidente si domandano come mai una sfiducia cos&igrave; ampia, interna ed esterna, non basti a innescare un ricambio, un rinnovamento. Ma il sistema modellato dalla Seconda Repubblica &egrave; cos&igrave; rigido, cos&igrave; strutturato su leadership personali, da consentire a Berlusconi di resistere nel bunker pur avendo contro, non solo le opposizioni, ma tutte le forze sociali e persino buona parte del suo partito. La stessa politica &egrave; cos&igrave; screditata da alimentare disillusione e disimpegno: in fondo il vero promotore dell&rsquo;antipolitica &egrave; sempre stato lui, Berlusconi, e oggi &egrave; fin troppo scoperto il suo gioco di dire che tutti sono uguali e ugualmente incapaci.<br />
<br />
Eppure non bisogna rassegnarsi al declino. &Egrave; un dovere morale. Ma &egrave; anche il giusto riconoscimento all&rsquo;Italia che gi&agrave; lavora alla ricostruzione. L&rsquo;Italia delle famiglie che destinano il tempo e i risparmi ai figli precari e agli anziani non autosufficienti. L&rsquo;Italia del lavoro che tiene in vita il tessuto produttivo, la creativit&agrave;, la manifattura, la professionalit&agrave; sempre pi&ugrave; necessari alla competizione globale. L&rsquo;Italia della scuola e dell&rsquo;universit&agrave;, che sopperisce con la volont&agrave; e la dedizione al vuoto di governo. L&rsquo;Italia del volontariato e della gratuit&agrave;, che continua a tessere reti di solidariet&agrave; umana contrastando l&rsquo;egemonia individualista. Anche nel deficit della rappresentanza politica, la voglia e il desiderio di rinnovamento continuano ad attraversare la societ&agrave; e a resistere alla penalizzazione dei corpi intermedi.<br />
<br />
Proprio dai corpi intermedi e dai nuovi movimenti sociali sono peraltro giunti in queste settimane segnali di grande valore politico e culturale. La manifestazione del 15 ottobre, percorsa da decine di migliaia di giovani che non accettano la condanna al precariato perpetuo, &egrave; stata un segno di vitalit&agrave; e di speranza bench&eacute; martoriata dalla violenza barbara e inaccettabile dei &ldquo;neri&rdquo;. Sono stati convocati come indignati, ma superare l&rsquo;indignazione per incidere nel cambiamento era nella stragrande maggioranza una convinzione ben radicata.<br />
<br />
Negli ultimi giorni abbiamo rivisto anche affollate piazze sindacali. E altre ne vedremo presto. Come la storia dimostra, le lotte sociali sono una leva importante di ricomposizione politica purch&eacute; riescano anch&rsquo;esse ad alimentare il circuito partecipativo e democratico: a questo proposito, &egrave; davvero di straordinario rilievo il fatto che Susanna Camusso, da ogni palco, non perda occasione di sottolineare come l&rsquo;antipolitica sia un veleno di destra iniettato per ridimensionare la questione sociale e le istanze egualitarie.<br />
<br />
Le forze sociali sono state capaci anche di ricostruire un patto tra di loro. A dispetto di un governo che ha fatto della divisione la propria strategia di fondo. Oggi, per i giornali della destra, Emma Marcegaglia &egrave; diventata un nemico al pari della Camusso. Ma anche questi, al fondo, sono segni di speranza per chi vuole ricostruire. Come lo &egrave; stata la riunione delle associazioni cattoliche a Todi. Chi immaginava una riedizione dei Comitati civici, magari in funzione di un nuovo partito di centrodestra &egrave; rimasto deluso. I movimenti cattolici vogliono contare di pi&ugrave;, anche nella politica. Ma sanno di doversi misurare con un ineliminabile pluralismo di opzioni partitiche (anche perch&eacute; &egrave; esso stesso figlio del Concilio). E non possono non portare a tutti la sfida di una coerente etica della vita e di una scelta antropologica che rispetti l&rsquo;uomo e la fraternit&agrave;. Si tratta di una sfida laica, volta esplicitamente alla ricostruzione, a cui tutte le forze di cultura umanistica dovranno rispondere con la seriet&agrave; e le differenze che libert&agrave; e laicit&agrave; determinano.<br />
<br />
Un dato per&ograve; emerge con sempre maggiore nettezza dal confronto con i corpi intermedi, compresi quelli di matrice cattolica: il berlusconismo ha prodotto una progressiva divergenza tra i moderati e la destra. Divergenza che ha riscontri in Europa. E che rester&agrave; come eredit&agrave; politica: la ricomposizione del centrodestra del &rsquo;94 appare sempre pi&ugrave; irrealistica, a meno che un nuovo demenziale sistema politico-istituzionale non costringa il bipolarismo dentro sbarre ancora pi&ugrave; rigide.<br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.344934</guid>
	     	<pubDate>Sat, 22 Oct 2011 21:53:00 +0200</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[Le opposizioni si decidano]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/le-opposizioni-si-decidano-1.344336?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[Fino a che punto Berlusconi demolir&agrave; la credibilit&agrave; dell&rsquo;Italia prima di passare la mano? Il modo con cui ha gestito la nomina del governatore di Bankitalia &egrave; stata l&rsquo;ennesima prova di confusione e di insensibilit&agrave; istituzionale.<br />
Nel lungo palleggiamento dei nomi - tra il braccio di ferro interno con Tremonti e la parola data a Sarkozy sull&rsquo;avvicendamento di Bini Smaghi nel board della Bce - il Cavaliere ha mostrato ancora una volta la propria indifferenza per il prestigio e l&rsquo;autonomia di Bankitalia. &Egrave; stata &ldquo;bruciata&rdquo; la successione naturale di Fabrizio Saccomanni. E la scelta alla fine &egrave; ricaduta sul vicedirettore generale Ignazio Visco. Si tratta di una personalit&agrave; importante, che merita rispetto e che certamente garantir&agrave; al meglio la continuit&agrave; dell&rsquo;Istituto. Tuttavia il ritardo e il negoziato, con i veti posti sul tavolo, hanno indebolito ulteriormente la nostra politica.<br />
Berlusconi azzoppa l&rsquo;Italia. Non potendo pi&ugrave; difendere se stesso dall&rsquo;inesorabile declino, la sua strategia &egrave; ormai quella di screditare l&rsquo;intera classe dirigente del Paese. Di negare che sia possibile una qualunque alternativa. Il fatto che sia tornato - insieme ai suoi giornali - a farsi paladino dell&rsquo;antipolitica, inneggiando persino a Beppe Grillo, &egrave; una prova ulteriore di questa filosofia distruttiva. Peraltro anche quando non pianifica un&rsquo;azione di discredito, come potrebbe essere accaduto per Bankitalia, il risultato &egrave; purtroppo il medesimo.<br />
L&rsquo;altra sera a Francoforte per la cerimonia di saluto di Jean-Claude Trichet erano presenti capi di governo e i massimi dirigenti delle istituzioni europee. Berlusconi non c&rsquo;era bench&eacute; il testimone di Trichet passasse nelle mani dell&rsquo;italiano Draghi. Ormai il nostro premier &egrave; escluso, estromesso, tenuto a debita distanza da ogni consulto importante. Anzi, i primi ministri dell&rsquo;Occidente non vogliono neppure farsi fotografare con Berlusconi, nel timore di perdere credito presso le rispettive opinioni pubbliche.<br />
Per di pi&ugrave; il governo italiano continua a non produrre nulla. Le prossime ore saranno decisive per il destino della moneta unica, e dunque dell&rsquo;Europa. Se non si comporr&agrave; in un solido compromesso il dissidio tra Berlino e Parigi sulla struttura e la consistenza del Fondo salva-Stati, il contagio nella zona euro rischia di diffondersi ben oltre la crisi greca e il suo possibile default &ldquo;controllato&rdquo; (ieri lo spread tra Bund e Btp &egrave; tornato sull&rsquo;allarmante soglia dei 400 punti). In questa partita cruciale l&rsquo;Italia non solo non gioca, ma viene vista come una zavorra, come un pericolo per l&rsquo;Europa. Mentre a Francoforte l&rsquo;altra sera si incontravano Merkel e Sarkozy per parlare anche di Italia, Berlusconi non riusciva neppure a venire a capo di un plausibile decreto-sviluppo, che tutte le parti sociali - nessuna esclusa - definiscono una presa in giro.<br />
Il quadro &egrave; assai preoccupante. Berlusconi dispone di una maggioranza parlamentare per quanto risicata, sfilacciata, conflittuale. Ha deciso di resistere nel bunker pur nella consapevolezza, sua e del suo partito, del danno per il Paese. Le istituzioni vanno rispettate, nel bene e nel male. Ma le forze di opposizione hanno ora un compito, anzi un dovere morale, aggiuntivo. Hanno offerto la loro disponibilit&agrave; a un governo di emergenza e Berlusconi ha rifiutato l&rsquo;offerta, imponendo l&rsquo;aut aut: o me o le elezioni. Ora le forze di opposizione, tutte, devono scegliere. Devono dire con chiarezza cosa intendano fare, non gi&agrave; nella tattica dell&rsquo;oggi, ma domani, nella legislatura che &egrave; gi&agrave; all&rsquo;orizzonte. Devono sciogliere il nodo. &Egrave; possibile dar vita a un governo di ricostruzione, con un patto di legislatura, che coinvolga i moderati e i progressisti? Il patto va sottoscritto al pi&ugrave; presto, oppure anch&rsquo;esso non si materializzer&agrave; mai. Se &egrave; vero che l&rsquo;Italia del dopo Berlusconi ha bisogno di una grande alleanza, sociale prima che politica, per risollevarsi dalle macerie, il tempo della decisione &egrave; questo. Un&rsquo;assunzione pubblica di responsabilit&agrave;, peraltro, avrebbe l&rsquo;effetto di accelerare il disfacimento della maggioranza e di aprire la porta alle elezioni. Ulteriori tatticismi rischiano invece di fare il gioco del premier, indebolendo la credibilit&agrave; dell&rsquo;alternativa. In ogni caso, se il Centro preferir&agrave; il posizionamento tattico subordinando ad esso le emergenze del Paese, e dunque se la competizione dovr&agrave; essere tripolare, &egrave; bene saperlo al pi&ugrave; presto. Non si pu&ograve; regalare anche questa incertezza al Cavaliere declinante.<br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.344336</guid>
	     	<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 21:52:27 +0200</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[Senza ambiguità]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/senza-ambiguita-1.342783?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[I teppisti e i violenti, identificati nelle immagini dei black bloc, non sono una propaggine naturale e inevitabile dei centomila manifestanti di sabato a Roma. Ne sono piuttosto la negazione politica e antropologica. Sono i devastatori. I violentatori, come ha titolato l&rsquo;Unit&agrave; usando una metafora estrema. Ieri i resoconti dei quotidiani erano divisi tra due opposte interpretazioni.<br />
<br />
A destra ovviamente prevaleva la lettura contraria alla nostra: i criminali sono stati descritti come un&rsquo;espressione del movimento, con il corollario della delegittimazione completa delle istanze e delle aspettative dei manifestanti. Va detto, a onor del vero, che qualcuno anche a destra comincia a interrogarsi sulla portata mondiale di questa ribellione. In fondo, di fronte al dominio della finanza, emerge una domanda primordiale di politica democratica.<br />
<br />
Ci&ograve; che ha colpito ieri &egrave; stata la posizione de il Manifesto. Nell&rsquo;editoriale Valentino Parlato ha scritto che gli scontri con la polizia e le manifestazioni di violenza erano &laquo;inevitabili&raquo;. Anzi, che &laquo;&egrave; bene, istruttivo che ci siano stati&raquo;. Il senso di queste parole non sta certo in una giustificazione soggettiva della violenza, piuttosto nella sottolineatura del suo carattere strutturale, come un riflesso della violenza della crisi. Tuttavia il ragionamento conduce a un esito non accettabile, per di pi&ugrave; simile a quello della destra.<br />
<br />
In nessuna piazza del mondo si &egrave; vista la violenza devastatrice dei black bloc nostrani: e non basta certo la crisi del nostro sistema politico per giustificarla. Anzi, &egrave; proprio il contesto mondiale a evidenziare l&rsquo;estraneit&agrave; di questi delinquenti mascherati. Naturalmente nessuno pu&ograve; negare la radicata contiguit&agrave; di alcuni gruppi antagonisti. Ma il problema in questo caso non &egrave; il riflesso strutturale della crisi, bens&igrave; la vulnerabilit&agrave; di un movimento allo stato nascente e perci&ograve; ancora &laquo;liquido&raquo;.<br />
<br />
Toccher&agrave; ora agli indignati andare oltre l&rsquo;indignazione per costruire reti di solidariet&agrave; e forme politiche. &Egrave; una strada difficile, ma la sola produttrice di cambiamento per la societ&agrave;. In questo percorso la condanna senza esitazioni e ambiguit&agrave; della violenza &egrave; condizione morale e civile. La reazione anti-black bloc della stragrande maggioranza del corteo di sabato &egrave; un segno positivo, che indica quanto sia avvertita la pericolosit&agrave; (innanzitutto per quel popolo) della violenza cieca. E reazionaria.<br />
<br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.342783</guid>
	     	<pubDate>Sun, 16 Oct 2011 21:51:11 +0200</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	     <item>
	     	<title><![CDATA[Elezioni più vicine]]></title>
	     	<link>http://editoriale.blog.unita.it/elezioni-piu-vicine-1.342201?localLinksEnabled=true</link>
	     	<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>
	     	<description><![CDATA[Il governo ha ottenuto alla Camera una striminzita fiducia. Ma non gli servir&agrave; ad altro che a prolungare la paralisi politica, incrementare il discredito interno ed esterno, aggravare i rischi per il Paese. Berlusconi ha voluto il voto di ieri alla Camera per blindarsi ancor pi&ugrave; nel bunker. <br />
La prassi e la correttezza istituzionale imponevano ben altri comportamenti dopo la clamorosa bocciatura del rendiconto di bilancio, a cominciare dalle dimissioni formali del governo. Ma il premier ha deciso di forzare, consapevole del progressivo sfilacciamento della sua maggioranza parlamentare e della caduta verticale dei consensi nella societ&agrave;. <br />
Le dimissioni erano un dovere politico, anche se non un obbligo giuridico: e tanto gli &egrave; bastato. Eppure nella mattinata di ieri Berlusconi ha rischiato di cadere lo stesso, causa il disimpegno di due dei suoi, i dubbi di altri due deputati e la tattica messa in atto dalle opposizioni. La conquista del quorum minimo - 316 - &egrave; stata salutata trionfalmente a Palazzo Chigi. Ma in realt&agrave; il governo resta diviso come e pi&ugrave; di prima: lo ha dimostrato il successivo Consiglio dei ministri, in cui si &egrave; riaperto lo scontro tutti contro tutti sui tagli ai dicasteri e che ha prodotto soltanto le nomine &ldquo;compensative&rdquo; di sottogoverno. La maggioranza resta confusa come e pi&ugrave; di prima: ne danno prova Scajola che invoca un altro governo, Bossi che non riesce pi&ugrave; a trattenere la fronda interna di Maroni, gli antitremontiani che vogliono cacciare il ministro dell&rsquo;Economia, gli ex &ldquo;responsabili&rdquo; che cercano affannosamente nuovi rifugi mentre crolla il tetto sulle loro teste.<br />
E come se ci&ograve; non bastasse a dare dell&rsquo;Italia l&rsquo;immagine peggiore, c&rsquo;&egrave; anche lo scontro nell&rsquo;esecutivo sul successore di Mario Draghi alla Banca d&rsquo;Italia: ormai i costi della paralisi politica aumentano di giorno in giorno. Tutti convengono sul fatto che il deficit di credibilit&agrave; politica pesi molto sui titoli di Stato, dunque sul bilancio pubblico e sui portafogli privati. E la stessa Bce ormai calcola il &laquo;fattore B&raquo; come un aggravio aggiuntivo nel difficile percorso verso il recupero di competitivit&agrave; e verso una nuova crescita.<br />
Si potrebbe concludere che la giornata di ieri ha fatto scivolare l&rsquo;Italia ancora pi&ugrave; in gi&ugrave;. Ma sarebbe una fotografia incompleta. Perch&eacute; il voto di ieri &egrave; destinato anche a condizionare la parte finale della legislatura. Berlusconi ha detto in aula: o me o le elezioni. E su questo ha ottenuto la fiducia. Pu&ograve; anche darsi che qualcuno dei suoi abbia votato con il retropensiero di sgambettarlo al prossimo passaggio parlamentare. Ma le possibilit&agrave; di dar vita a un governo di transizione, con un profilo autorevole e un programma largamente condiviso, sono a questo punto ridotte fino quasi a svanire. Perch&eacute; Berlusconi ha allargato il fossato politico. E le opposizioni non possono certo concepire, in un simile contesto, un esecutivo che si regga su frammenti del Pdl precari e poco affidabili.<br />
L&rsquo;Italia &egrave; in pericolo. E una comune assunzione di responsabilit&agrave; da parte delle forze nazionali sarebbe stata una prova di maturit&agrave;. Ma Berlusconi ha scelto un&rsquo;altra strada. Probabilmente consapevole che l&rsquo;isolamento (e la rottura con la Confindustria, con le cancellerie europee, persino con i cattolici moderati) lo porter&agrave; d&rsquo;intesa con Bossi alle elezioni nel 2012.<br />
Le elezioni sono il momento vitale di una democrazia. Sono anche il ritorno alla normalit&agrave;, dopo tante, troppe anomalie. Intravedere all&rsquo;orizzonte il giudizio del popolo sovrano non pu&ograve; che essere di conforto per i democratici. Del resto la Spagna ha rialzato la testa - con un beneficio registrato anche dai freddi indicatori dei mercati - proprio quando Zapatero ha annunciato il voto anticipato. Le opposizioni ieri sono state sconfitte in Parlamento. Ma la loro unit&agrave; &egrave; un patrimonio per il Paese. Quel governo di larghe intese che Berlusconi ha reso impossibile pu&ograve; prendere le forme di un&rsquo;inedita alleanza tra le forze che oggi sono all&rsquo;opposizione e che, pur rispettando le diverse identit&agrave; e strategie, convengono su una necessaria opera di ricostruzione civile e politica del Paese.<br />
&Egrave; un&rsquo;impresa ardua. Ma non impossibile se la ricostruzione si avvier&agrave; nel segno di una partecipazione popolare e di un rinnovamento di uomini e di metodi. La stessa manifestazione di oggi, che porta il vento di un movimento globale contro lo strapotere della finanza sulle democrazie politiche, ha un sentimento che pu&ograve; conciliarsi con i ricostruttori. Il Pd ha inventato le primarie: forse si sta avvicinando il momento di tornare a usarle.<br />]]></description>
	     	<author><![CDATA[Claudio Sardo]]></author>
	     	<guid isPermaLink="false">1.342201</guid>
	     	<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 21:43:07 +0200</pubDate>
	     	
	     		     		     </item>
	   	   </channel>
      </rss>
