Fornovo e i vini da attendere

di Fiorenzo Sartore | tutti gli articoli dell'autore
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A Fornovo la cosa difficile è sputare. Alla fiera Vinidivignaioli, andata in scena lo scorso fine settimana a Fornovo di Taro, non ci sono le eleganti (oddio, eleganti) sputacchiere sui banchi degli espositori. Ci sono grossi secchi (quelli riciclati delle tinte murali) che, sul pavimento, raccolgono il vino eiettato dall'assaggiatore coscienzioso. Questo lo rumina in bocca un po', poi deve sputarlo, se ha in cuore di assaggiare quei cento-duecento vini in un giorno di fiera, e arrivare alla fine vivo. Si fa così, piaccia o no. Ma provate a centrare un secchio a terra da metri 1,84. Diventa un esercizio di stile.

A Fornovo va così, tutto è molto frugale. Probabilmente è lo spirito della decrescita miscelato con la cultura contadina; anche la location, una tensostruttura tutto sommato piccola, è minimalista e senza pretese. In compenso il caos non è tremendo, nella giornata di domenica ho visto un po' di calca ma lunedì si assaggiava con molto più relax - e questa però non è esattamente una buona notizia. Calo dei visitatori? Di certo i vigneron presenti mugugnano un po' tutti sull'effettiva utilità di queste kermesse, mugugnano ma già si attrezzano per la prossima, tra una settimana, o due. Troppe rassegne? Lo dicono tutti, ormai.

Rileggendo i miei appunti di assaggio (quelli pro non solo sputano ma prendono pure appunti, imparate a sgamarli) trovo solo un aspetto davvero disdicevole: il range dei punteggi è spalmato inesorabilmente tra 78 e 84 centesimi, pochi al di sotto e ancora meno al di sopra - che so, un bel novanta che giustifichi la trasferta! E invece niente. Mi trafigge un pensiero perverso sentito nella mattinata di lunedì durante un fondamentale dibattito (l'uso dei solfiti: sì o no). Una produttrice ha osato dire che ormai i vini contadini, naturali, a-tecnologici, si somigliano un po' tutti. Bum! Dopo tanta provocazione io mi aspettavo la levata di scudi e invece hanno fatto spallucce. Ripenso a quell'affermazione iconoclasta mentre guardo le mie note.

Il fatto è che in queste rassegne vinoveriste assaggiamo vini ferocemente caratteriali. Questi vini, come sempre ma anche più di sempre, soffrono il giudizio istantaneo, per come sono al momento. Vanno visti in prospettiva. La gran parte dei vini presentati esibivano formidabili tannini o acidità, cioè elementi di gioventù che promettevano un avvenire radioso ma garantivano, pure, un presente all'insegna della disarmonia. Difficile assegnare medaglie, con simili premesse. Per questo le performance migliori le hanno conseguite i produttori che hanno avuto la possibilità di mettere in degustazione, assieme all'etichetta ultima disponibile (quella in vendita) anche lo stesso vino con una decina di anni sulle spalle. Un esempio su tutti: Augusto Cappellano, sommo barolista di Serralunga, ci ha fatto lacrimare di commozione assaggiando il suo solenne Rupestris 1998. Questo ha reso giustizia ad un durissimo, fiero e caparbio 2006: come dire, bisogna aspettare, le cose cambiano per il meglio, basta aspettare.
Ecco, quello era un vino da punteggio altissimo, ma per rispetto a chi l'ha fatto, il punteggio lo tengo per me. Una tantum.

[Fine della prima parte. Altri assaggi nella part two]
1 November 2011