Lo Zeitgeist del vino

di Fiorenzo Sartore | tutti gli articoli dell'autore
vigna
Dopo gli assaggi di venticinque Pecorino ad Offida, restano gli appunti personali e le classifiche dei preferiti. E' stata una batteria di assaggio in compagnia di un bel gruppo di amici, assaggiatori competenti e skillati: Mauro, Jacopo, Corrado, Giovanni, e Ale Morichetti from Intravino. Assaggiare assieme non è solo divertente (condividere un bicchiere di vino con gli amici è un'esperienza social molto più antica di qualunque social network), ma è anche utile sul piano didattico: si impara ad assaggiare meglio.

Riordinando gli appunti e cercando di tirare le fila, resta un'impressione generata proprio dallo scambio di opinioni con gli amici che hanno condiviso l'esperienza. Chi scrive ha una perniciosa e riprovevole preferenza per alcune release enologiche improntante alla piacioneria, al frutto e alla ridondanza; dico così, in quanto queste declinazioni del wine making sono poco contemporanee: oggi prevale la schiettezza, senza le sovrapposizioni imposte dall'enologia di cantina; questa, diventando invasiva, rischia di appiattire le produzioni, senza consentire l'affermazione di quegli elementi territoriali che, come s'è visto, sono particolarmente identitari.

E' un fatto: il gusto delle ultime generazioni di assaggiatori vuole premiare appunto i vini identitari (con ottime ragioni, voglio puntualizzarlo ancora), a costo di penalizzare vini che, prodotti dieci-quindici anni fa, avrebbero trionfato in modo indiscusso in ogni batteria d'assaggio. Cosa è successo nel frattempo? C'è stata, sicuramente, la presa di coscienza territoriale: è bene fare vini dotati di personalità non modaiola, ed ancorati in modo indissolubile al genius loci. Molti assaggiatori, coerentemente, premiano quei vini che si mostrano così nuovi (in realtà così antichi) rispetto ad un'enologia molto anni '90, fatta di dolcezze, levigatezze ed altre svenevolezze.

Io, che sto nel mezzo, continuo a dire che preferisco non scegliere. Pure se, molto immodestamente, mi sento in grado di apprezzare (ed amare profondamente) le vinificazioni scarne e riottose di certi vinoveristi, vinificatori bio e/o biodinamici, dico sempre la stessa cosa: io vorrei il meglio dei due mondi. E se qualcuno mi chiede "vuoi più bene alla mamma o al papà" mi rifiuto di rispondere.

In realtà io sono arrivato alla conclusione che i vini bio, i vini territoriali magari non esenti da difetti ma veri, insomma i vini di tendenza oggi, sono anche il prodotto di uno Zeitgeist culturale: è come se i tempi nei quali viviamo ci preannuncino, anzi ci richiedano, l'abbandono di stilemi posticci in favore di un qualche genere di verità, scomoda ma inevitabile e comunque opportuna, dopo aver verificato che l'opulenza in realtà era apparenza, e probabilmente pure un inganno. Molti assaggiatori sono figli del loro tempo, e hanno girato le spalle a vini goduriosi ed eccessivi perché sentono che l'aria sta cambiando. Nel mezzo ci stanno i produttori, che forse sono vittime di tutto questo: per fare un vino ci vuole un anno solare, per decidere un'impostazione di cantina può servire un decennio intero. In attesa del prossimo Zeitgeist.

5 September 2011